Borg McEnroe

Borg McEnroe: non innamoratevi dei campioni

Quando dico Borg McEnroe, sapete tutti di cosa sto parlando.

Molti di voi l’avranno già visto al cinema, tanti ne avranno sentito parlare, tutti si saranno ritrovati un suo immenso cartellone davanti.

Borg McEnroe è uno dei film più chiaccherati dell’anno.Borg McEnroeNarra del torneo di Wimbledon del 1980. Anno in cui si svolse il mitico duello tra Borg, dio del tennis in corsa per la sua quinta vittoria e McEnroe, giovane promessa americana ribelle e sfacciata.

È una storia vera. Veri sono i personaggi, vere le loro storie, veri anche gli insulti che McEnroe dedica al giudice di gara. È un film che merita di essere visto. Se non lo avete ancora fatto, rimediate presto. E state tranquilli.

Niente spoiler qui.

Che entrambi arriveranno in finale sfidandosi in un duello all’ultima racchettata lo immaginerete già. Chi dei due si aggiudicò l’ambita coppia, però, non lo svelerò.

Borg McEnroe è un film sportivo. Che racconta di campioni e dei loro allenatori, di una gara che tenne il mondo col fiato sospeso e della fatica che costò ai suoi protagonisti.Borg McEnroeFilm del genere, di solito, cercano sempre di farci la morale. Borg McEnroe no. È un film senza pretese filosofiche. La filosofia c’è ma è solo quella insita nell’animo umano.

Borg McEnroe è un film che non vuole insegnare nulla, perché qualcosa la insegna. Ed è qui che volevo arrivare.

Borg McEnroe insegna che non ci si deve mai innamorare di un campione.

Un campione, per essere tale, è costretto a sacrificare la vita alla propria carriera. Non ci sono vacanze per lui, non c’è riposo. Se si vuole raggiungere la vetta non ci si può fermare a prendere fiato.

Ma non è questo il punto. Gli uomini e le donne intelligenti non hanno paura di stare con qualcuno animato dal fuoco sacro dello sport. Sanno che quest’ultimo verrà sempre prima di loro e non se ne fanno un problema. Le persone intelligenti non hanno paura di sostenere i sogni del proprio partner, anche a costo di fare qualche sacrificio, grosso che sia.

La questione è un’altra. Dei campioni non ci si deve innamorare non perché sono appassionati.

Dei campioni non ci si deve innamorare perché sono matti.

E non è un’iperbole. Sono pazzi sul serio. Fuori come balconi.Borg McEnroeIn fondo, non c’è di che stupirsi. Una dedizione tale, diciamo pure una tale ossessione, è naturale ti bruci qualche neurone. Chi si pone obiettivi così alti fin dall’infanzia si perde, appunto, l’infanzia tutta. E, come Freud insegna, niente più dei traumi vissuti da bambini è in grado di generare adulti fuori di testa.

Prendete Borg, alias “l’uomo di ghiaccio”. Abituato a reprimere la rabbia delle partite da ancor prima di aver imparato a radersi la barba. Per forza è diventato un ossessivo-compulsivo che da di matto se gli cambiano la tappezzeria del taxi.

O McEnroe. Lui sembra un tipino simpatico. Uno alla Pacey Witter, tutto istinto e battutine brillanti. Sembra. In realtà piange davanti allo specchio e imbratta i muri degli hotel cercando di calcolare le proprie possibilità di vittorie.

Tipi del genere sono l’incubo di qualsiasi fidanzata. E non c’è modo di domarli. Cosa vuoi dire di stare calmo a qualcuno che il giorno dopo si gioca il premio più importante del mondo?

Stare assieme a un campione è un inferno. Il problema è che, usciti da quella sala, per quanti matti fossero, ci siamo tutti un po’ innamorati di Borg e McEnroe.

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