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David Bowie : L’uomo delle stelle caduto sulla Terra

“Malgrado sia lontano più di centomila miglia, mi sento molto tranquillo e penso che la mia astronave sappia dove andare”. Era il Luglio 1969 e Major Tom, nello spazio, guardava la terra da lontano e sì, la sua astronave sapeva bene dove andare. Avrebbe iniziato un viaggio meraviglioso, durato più di cinque decenni. Sarebbe diventato Ziggy Stardust, The Thin White Duke, Halloween Jack e poi semplicemente: David Bowie. E si sarebbe fermato così, in un’inaspettata sera di Gennaio, senza scendere sulla terra ma rimanendo nel suo cielo, come una stella ma di colore nero.

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C’è da chiedersi se alla fine sia mai effettivamente appartenuto alla terra quell’uomo alto e magro, con una pupilla più grande dell’altra, i capelli rossi e le tute di lurex incollate addosso. “C’è un uomo delle stelle che aspetta in cielo, gli piacerebbe venire e incontrarci ma pensa che potrebbe impressionarci” e se impressionarci significava influenzare e cambiare il mondo della musica, del costume e dell’arte,  beh aveva ragione! Ci ha impressionato tutti. Ha impressionato i suoi coetanei che volevano assomigliargli, ha impressionato la generazione precedente che non riusciva a credere a quel ragazzo che nel 1972 cantava “Starman” a Top of the Pops indossando un completo coloratissimo e lo smalto bianco, ha impressionato gli adolescenti degli anni ’70 e ’80, i cantanti e le band nate dopo di lui e altri grandi artisti che però si sono sempre sentiti piccoli al suo cospetto e l’hanno omaggiato cantando le sue canzoni come Billy Corgan e gli Smashing Pumpkins con una melanconica versione di “Space Oddity”.

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Ha impressionato anche chi non faceva musica come quell’ancora giovane Alexander McQueen che, nel 1997 non poteva non ammirare David Bowie così tanto che per lui disegnò il cappotto con la Union Jack, inconfondibile copertina di “Earthling”. E i già celebri Jean Paul Gaultier, Givenchy, Balmain che per le loro collezioni hanno usato Ziggy Stardust come musa. Impressiona ancora oggi, dopo quasi cinquant’anni dal suo esordio e continuerà a impressionare sempre, anche i nostri figli e i nostri nipoti perché la storia non è fatta solo di grandi conquistatori come Alessandro Magno o Napoleone ma anche di un altro tipo di eroi, come Bowie.

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Tra il desiderio di diventare l’Elvis britannico e la carriera da mimo, la musica è sempre stata il suo grande amore e cosi nel 1969 uscì “Space Oddity” diventando la colonna sonora dell’allunaggio dell’Apollo 11 e il singolo che gli aprì le porte del successo. E l’anno successivo arrivò “The Man Who Sold the World” e poi ancora “Hunky Dory” e quel tailleur e l’ombretto azzurro per chiedersi se ci fosse vita su Marte. E fu la volta di “Alladin Sane” e il fulmine rosa sul viso perché lui era un “ribelle, ribelle, ma che ne sanno gli altri?”. E su queste note nasceva anche “Diamond Dogs” e continuava a diffondersi quella ribellione che faceva parte del suo dna e per cui tutti lo hanno sempre ammirato, perché in fondo ognuno di noi avrebbe voluto vivere almeno un giorno nei panni di David Bowie e così “essere eroi, solo per un giorno”. Con il ritmo e la dance che si diffondeva negli anni ’80, nel 1983 era solo uno l’imperativo a cui bisognava alzarsi e ballare: “Let’s Dance!” per cui “balliamo! mettiti le tue scarpe rosse e balla al ritmo del blues”.

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Ed è andata avanti così la sua carriera musicale, tra nuove sperimentazioni e testi che ad ascoltarli si abbandonava la realtà e si entrava nella testa e nel mondo di Bowie. Un mondo fatto di tutto ciò che era senza apparente logica, tutto ciò che puntava all’eccesso, tutto ciò che era piacere fine a se stesso, perché tutta la sua vita è stata un’opera d’arte. E nel frattempo diventava attore, partecipando a 27 film tra cui “L’uomo che cadde sulla Terra” in cui gli venne assegnata la parte dell’alieno, la parte che Bowie nella finzione come nella realtà ha recitato meglio. Poi si è trasformato in Andy Warhol nel film “Basquiat” che per lui fu sempre una fonte di ispirazione tanto da intitolare con il nome del re della Pop Art anche uno dei brani presenti in “Hunky Dory”. E alla fine ha recitato la parte di se stesso realizzando anche l’intera colonna sonora del film “Noi i ragazzi dello zoo di Berlino” , in cui è il cantante preferito di Christiane, che di lui diceva: “David Bowie era il nostro idolo solitario, il più stupendo di tutti. La sua musica era la migliore. Tutti volevano assomigliare a lui.

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Tutti volevano assomigliare a Bowie, quando indossava la tuta nera in vinile disegnata da Kansai Yamamoto o il mantello bianco con i kanji giapponesi o il suo amato boa di piume o ancora quelli zatteroni che padroneggiava meglio di una donna e si muoveva sul palco con tutto il fascino che si nascondeva dietro quel viso pallido. Un fascino a cui non ha saputo resistere nessuno, né uomini, né donne, né comuni mortali, né personaggi famosi. Così finì nel suo letto uno dei più grandi rocker della storia come Mick Jagger e poi la divina Liz Taylor e Amanda Lear che seppure non sopportava che lui le sporcasse il cuscino con il trucco, alla fine valeva di più perdersi tra le braccia del duca. Fino a quando arrivò Iman, la donna prescelta per conquistare per sempre quel cuore trasgressivo, libertino, volubile e ambiguo e tenerlo stretto per 23 anni, fino all’ultimo giorno, fino all’ultimo respiro, fino all’ultima trasformazione. “Vieni da noi, Lazzaro, è tempo per te di andare”.

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Bowie, infatti, non è mai stato lo stesso, è nato e morto un sacco di volte, ha cambiato colore di capelli, anche se i preferiti rimarranno sempre quelli arancioni e folti. Ha cambiato modo di vestirsi, passando dalle micro tute e gli orecchini pendenti al tauiller grigio con le bretelle e il panama. Ha cambiato anche genere musicale, sperimentando la musica in tutte le sue sfaccettature, dal glam-rock, al funk, alla new wave, al jazz, lasciandosi circondare, ispirare e collaborare con altre superstar. Brian Eno con cui compose “Heroes” , John Lennon con cui scrisse “Fame”e Freddie Mercury, la combinazione perfetta di due leggende per far nascere “Under Pressure”. E poi tutti quei fotografi come Helmut Newton, Mick Rock, Masayoshi Sukita che lo immortalarono durante le sue performance, mentre indossava i suoi costumi di scena e truccava i suoi mille volti perché la vita di Bowie era sul palco, in una performance continua che mai nessuno si è chiesto cosa facesse la domenica o cosa mangiasse a colazione.

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E tutto questo, quando era ancora in vita, o meglio, quando era ancora un uomo caduto sulla terra, è stato celebrato un anno fa, in una mostra al Victoria&Albert Museum di Londra che ha messo in esposizione tutta la sua vita tra abiti, dischi, immagini di repertorio, testi di canzoni e vecchie lettere, per vedere da vicino e sentirsi quasi intimi con quell’uomo sottile ma disarmante. Ed in seguito venne realizzato un docu-film su questa mostra, in programmazione per una sola giornata, e io mi ricordo ancora i brividi, seduta sulla poltrona del cinema, quando la vita del Duca veniva proiettata su quello schermo gigante. Era già una leggenda, meritava già una mostra, ancor prima di consacrarsi, il 10 Gennaio 2016, all’immortalità. E a noi piace ricordarlo così, tra le note di “China Girl” e questa frase, detta da lui, che meglio di tutte lo descrive per intero e con semplicità: “Non sono un profeta o un uomo dell’età della pietra. Sono solo un mortale con le potenzialità di un supereroe.”

A te, che per tutti, sei stato un colpo di fulmine.

David Bowie

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