Ci sono canzoni destinate a diventare classici intramontabili. Inaspettatamente, entrano nell’immaginario collettivo e ne segnano un’epoca, condizionandola per sempre. Ci sono voci difficili da dimenticare, artisti che hanno meritato tale definizione senza troppi sforzi o artifizi, stelle luminose che lasciano una scia di forte malinconia e grande ammirazione. Andrò silenziosa a disturbare qualcuna di loro per farvela conoscere più da vicino. Decidere non è facile, ma ecco di seguito la mia personale  selezione di quattro cantautori italiani da conoscere assolutamente.

#1 FABRIZIO DE ANDRÉ 

“Benedetto Croce diceva che fino all’eta dei diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi, rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. Io non sono un poeta. Non sono nemmeno cretino. Così, precauzionalmente, preferirei considerarmi un cantautore”. Fabrizio De André è senza alcun dubbio il padre della musica d’autore italiana. La sua voce profonda riecheggia maestosa nell’immaginario collettivo e le sue ballate, ancora oggi, esortano ad un inchino.

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Personaggio riservato, ma fuori dagli schemi, De André mostra sin da ragazzo di avere un animo ribelle e trasgressivo. Giovanissimo svela la sua unica e vera vocazione: la musica, così, con lo studio del violino e della chitarra uniti alla scoperta di Georges Brassens e del jazz, si convince ad investire tutto in questo mondo.

Agli anni ‘60 risalgono le sue prime ballate. Grazie a modelli francesi ed americani De André sviluppa uno stile performativo basato sulla narrazione semplice ed immediata di fatti politici, sociali e vicende reali. La sua è una voce profonda che narra le vicende in maniera diretta e genuina, accompagnandosi prevalentemente alla chitarra acustica.

Passano gli anni e De Andrè diventa portavoce di idee filo-marxiste ed anarchiche, di denunce politiche e sociali. La sua poetica si fa sempre più impegnata, toccando temi anche religiosi. Il cantore di prostitute e di viandanti, così viene etichettato perchè canta proprio di loro De Andrè, spinto dalla speranza di ripristinare:

una giustizia sociale che ancora non esiste e (con) l’illusione di poter partecipare in qualche modo ad un cambiamento del mondo”.

Ipocrisie, bigottismo. Dolore e debolezza. Amore, libertà. In Bocca di rosa, Il Pescatore e Dolcenera, il cantautore genovese ci  mette di fronte a uomini e donne, bagnati dal sangue e segnati dai peccati commessi. I suoi personaggi si muovono lenti ed affaticati, in un mistico paradiso di angeli dannati in cerca di salvezza e consolazione. Si crea in questo modo una canale di comunicazione in cui le conversazioni intime tra De Andrè e i suoi personaggi, tra i personaggi e tutti noi, diventano autentici tesori da scoprire. L’opera di De Andrè, di questo uomo timido che canta nella penombra e con troppo whisky in corpo, non deve essere spiegata. Si dispiega tutta, naturalmente, all’ascolto.

#2 FRANCESCO DE GREGORI

Se io sono il liceo classico, lui è l’universita”. Le parole sono proprio di Fabrizio de André e il soggetto non può che essere Francesco De Gregori, autore cui si deve una grande rivoluzione lessicale, formale e tematica del cantautorato italiano. Le canzoni del Principe influenzano tutt’oggi la produzione di molte nuove voci italiane, che si rifanno a lui con profonda stima e ammirazione.

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La produzione di De Gregori è influenzata sin da subito dall’opera di grandi maestri quali Paoli, Endrigo e lo stesso De Andrè. Sono loro i riferimenti del giovane De Gregori impegnato, a soli vent’anni, ad esibirsi al Folkstudio di Roma. Capisce che le canzoni possono essere un veicolo straordinario di suggestioni ed idee politiche, di ribellione e stravaganza.

Alice, La Donna Cannone, Rimmel, Fiorellino, La leva calcistica della classe ‘68, Vai in Africa Celestino. Sono brani così misteriosi e visionari, pieni di significati invisibili.

La verità è che venivo da un periodo in cui ero attratto da tutto ciò che nell’arte non seguiva un filo logico”

De Gregori ha una natura profondamente colta ed intellettuale. Gli scrittori dadaisti, lo stream of consciousness, Freud e l’interpretazione dei sogni lo rapiscono e ritrova proprio in loro il suo ideale artistico. Anche Otto e mezzo di Fellini, dalla struttura e dal montaggio anticonvenzionali, influenzerà in maniera determinante la sua produzione. “Uno shock”, afferma il cantante, che si porterà dietro per sempre e che gli ha fornito tutte le informazioni utili alla vita.

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Incontro fondamentale è quello con Dalla che avviene nel 1979. I due non potrebbero essere più diversi, eppure proprio le loro differenze danno vita ad uno scambio artistico eccezionale. “Sono semplicemente grato e riconoscente a Lucio per quello che ho imparato da lui, senza che me lo insegnasse”.

Lo sguardo nascosto dagli occhiali da sole, sobrio ed affettuosamente estraneo al mondo televisivo, De Gregori è stato definito spesso snob ed antipatico. Alle accuse insensate ha però sempre preferito rispondere con la sua musica.

“Non sono mai stato di moda. Questo mi ha permesso, quando si è detto che i cantautori erano fuori moda, di non esserlo io.”

#3 LUCIO DALLA

Costantemente alla ricerca di nuovi orizzonti e strade da percorrere, Lucio Dalla ha creato un universo poetico che ha abbracciato diversi generi musicali. Superando i limiti dello stagnante panorama musicale della canzone italiana, ha caricato la sua produzione di fantasia, ironia, amarezza e stravaganza.

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Le prime influenze sono jazz e scat, grazie a cui punta su canto improvvisato e riproduzione vocale degli strumenti musicali. Proprio i suoi gorgheggi bizzarri e disarticolati diverranno una sua cifra stilistica peculiare.

Gino Paoli è il primo ad accorgersi delle potenzialità del giovane bolognese vestito male, provocatore e poco attraente. Grazie a lui comincia ad esibirsi di fronte al grande pubblico, in programmi come Cantagiro e Sanremo. Le canzoni di Lucio trattano temi reali, sono storie di vita vera affrontate con suggestivo lirismo e profonda commozione. Emarginazione, disperazione e solitudine torneranno insistenti nella produzione artistica del cantautore.

Dopo Roversi non avrei mai immaginato di poter scrivere testi con altri. Allora capii che dovevo cominciare a scrivere i testi delle mie canzoni”.

Nel 1973 incontra Roberto Roversi con il quale inizia un sodalizio artistico che durerà 4 anni. Grazie a lui impara ad organizzare il pensiero della canzone, a rafforzarne la parola e il senso, nonchè a comunicare messaggi di ribellione e anticonformismo. L’eccessivo rigore del poeta, però, e le tematiche prevalentemente politiche, alla lunga portano ad uno strappo irrimediabile. Dalla vuole allargare i confini della sua musica, cercando nuovi contatti con il suo pubblico. Questo è il momento in cui si scopre e diventa autore delle proprie canzoni.

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La sua attenzione si concentra non solo dei testi, ma anche e soprattutto della composizione musicale. Il cosiddetto Dalla sound è un groviglio di ritmi e di stili diversi, che spaziano dal blues, al rock, dal soul allo stomp. Una musica ben curata che fa da perfetta cornice a testi di struggente profondità.

Il cantante diventa così portavoce di un’umanità afflitta ma speranzosa, in un periodo destinato a segnare la storia. Il suo occhio attento e premuroso vede operai e prostitute, viandanti e pescatori. La sua voce narrante, a tratti delicata e toccante, a tratti esplosiva e ruggente, rimarrà il fulcro di tutte le sue composizioni. Eterno bambino, eterna contraddizione, Lucio rimarrà uno dei pochi ad aver raccontato la vita con passione e semplicità. Il suo incredibile estro e la profondità umana rimarranno immortali.

#4  LUCIO BATTISTI

Lucio Battisti nasce appena un giorno dopo Dalla, il 5 marzo 1943. Cantautore, compositore, polistrumentista, è considerato universalmente uno dei più grandi ed influenti artisti italiani di sempre. Silenzioso, riservato, protetto da un’enorme quantità di folti ricci neri, si è mosso nel panorama musicale italiano con passo felpato, ma incisivo.

Da subito il giovane cantante mostra una grande fermezza di pensiero e una buona dose di ambizione. Nel 1965 si imbatte in Giulio Rapetti, in arte Mogol, il più noto paroliere del tempo. Con lui scrive alcune delle pietre miliari della musica leggera italiana, e sarà proprio Mogol a convincerlo delle sue doti compositive invitandolo a cantare in prima persona le sue canzoni.

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Più di ogni altro Battisti è riuscito a tradurre in musica i sentimenti contrastanti dell’universo umano. Ha cantato sottovoce passione e sofferenza, malinconia e felicità, fiducia e tradimento. La sua è un’autentica poetica delle emozioni, che danno non a caso il titolo ad uno dei suoi maggiori successi.

Con Battisti si compie un viaggio pericoloso, ma necessario, nelle pieghe e nei cunicoli più nascosti dell’animo umano. Il cantante è un dispensatore inesauribile di emozioni, la cui voce delicata fa letteralmente spiegare le ali alle parole di Mogol.

Il grande successo delle sue creazioni non scalfisce mai la dimensione intimistica e riservata di Battisti.

Non faccio tournée né spettacoli perchè mi sembra di vendermi, di espormi in vetrina: io voglio che il pubblico compri il disco per le qualità musicali e non per l’eventuale fascino del personaggio”.

Così sarà. Battisti mantiene il contatto con il pubblico soltanto attraverso i suoi dischi e qualche sporadica intervista. Il suo è un lavoro lungo e meticoloso, che ha sempre la meglio sul desiderio di notorietà.

Anche Battisti purtroppo ci lascia troppo presto, il 9 settembre 1998. Silenziosa, discreta e commovente sarà la sua scomparsa, come è sempre stata la sua voce, come è sempre stata la sua vita.