Bologna città accogliente, materna e brulicante di studenti è un piccolo tesoro, una chicca tra le città italiane. Tra le sue vie si nascondono angoli misteriosi. I suoi palazzi, come Palazzo D’Accursio, Palazzo Ghisilardi Fava, Palazzo Marescotti Brazzetti, erano dimore signorili e ricche di sfarzo.

Tra questi, Palazzo Pallavicini, situato in via San Felice a pochi passi da Piazza Maggiore, che oggi rappresenta una scoperta per me e anche per voi, che dovreste assolutamente recarvi tra le sue stanze. Questo Palazzo, grazie ad una collaborazione tra Chiara Campagnoli, Rubens Fogacci e Deborah Petroni, è diventato luogo di cultura ed esposizioni d’arte di prestigio.

Tra le sue sale dal 29 settembre è ospitata la retropsettiva Alphonse Mucha.

Una mostra che narra tutta la produzione artistica di questo straordinario e temerario artista ceco. Sotto la cura di Tomoko Sato, quello che viene messo in risalto sono le tre tematiche fondamentali di tutta la produzione artistica dell’artista: le donne, lo stile e la bellezza.

Alphonse Mucha nasce il 24 luglio del 1860 in un paesino della Moravia meridionale, una piccola provincia dell’impero austro-ungarico. Circondato da fratellastri e sorelle, vive in una famiglia numerosa e stracolma di stimoli. La vita di questo giovane ragazzo sarà scandita da grandi successi, collaborazioni con compagnie teatrali, artisti, e anche aziende. Ma sarà una vita condizionata da temerarie decisioni, stravolgimenti lavorativi e viaggi, lunghi viaggi.

Un impulso decisivo, gli venne fornito dalla formazione religiosa che ricevette per iniziativa della madre. Il giovane Mucha, trascorse diversi anni tra le navate della chiesa dell’Assunzione di Maria Vergine di Ivančice, dove cantava nel coro. Fu proprio il suo talento nel canto a consentirgli, all’età di undici anni, di passare al coro della Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo della città di Brno, dove compì anche gli studi secondari al ginnasio Slovanské.

A Brno il giovane Alphonse crebbe nell’ambiente patriottico che faceva capo al movimento di rinascita nazionale ceco. Anche l’ambiente ecclesiastico lasciò tracce profonde sulla sua fantasia e nell’autunno del 1878 presentò la domanda d’iscrizione per l’Accademia di Belle Arti di Praga. Ma non venne ammesso, e a soli diciannove anni si trasferì a Vienna dove lavorò per la compagnia Kautsky-Brioschi-Burghardt come pittore per scenografie teatrali.

Approdò in una metropoli ricca di iniziative e di fermenti.

E qui si divideva tra la faticosa attività lavorativa e gli svaghi e le frequentazioni concesse da una grande città. Partecipò attivamente alla vita culturale intensa e vivace, animata dai musei, dalle sale concerti e soprattutto dagli spettacoli che si rappresentavano nei diversi teatri esistenti, che visitò assiduamente disponendo di ingressi gratuiti e illimitati fornitigli dalla compagnia teatrale. Muscha rimase a Vienna per ben due anni. Ma un tragico evento pose fine al suo soggiorno viennese. E in seguito a questa tragedia, la compagnia Kautsky-Brioschi-Burghardt si ritrovò a fronteggiare una profonda crisi, che portò Mucha ad esser licenziato per motivi di riorganizzazione aziendale.

alphonse mucha

Disilluso, dopo esser rimasto per un breve periodo a Vienna, decise di affidarsi alla sorte, prendendo un treno alla stazione di Franz Josef e inoltrandosi tanto lontano quanto i suoi risparmi gli avrebbero permesso.

In questo modo approdò a Mikulov. Qui lavorò instancabilmente e la qualità delle sue opere catturò l’attenzione del conte Eduard Khuen-Belasi, che gli commissionò la decorazione dei suoi castelli a Emmahof, in Moravia, e nella città tirolese di Gandegg. Entusiasta della riuscita dell’impresa decorativa di Mucha, Belasi ne divenne un generoso mecenate, rivestendo un ruolo decisivo per la sua fortuna. Belasi, infatti, gli consentì di sviluppare le proprie inclinazioni artistiche, portandolo anche con sé in un viaggio di formazione in Italia.

Grazie all’influenza del Conte, nel settembre 1885 Mucha riuscì a entrare nell’Accademia di Belle arti di Monaco di Baviera. Una delle più antiche e prestigiose di tutta la Germania. All’Accademia Alphonse acquistò una grande cultura figurativa e incominciò a forgiare i suoi personali orientamenti di gusto. Altrettanto formativa fu la compagnia di alcuni colleghi universitari di nazionalità ceca che assieme a lui, seguendo la moda delle associazioni segrete, fondarono la società Škréta.

 

Ormai maturo dal punto di vista artistico, Mucha si trasferì a Parigi per proseguire gli studi accademici. Parigi, oltre ad essere una città artisticamente cosmopolita, in quegli anni era animata dalla costruzione della Torre Eiffel e ospitava una comunità boema assai affiatata.

Tra gli amici francesi di Mucha vi furono anche Gauguin e Camille Claudel.

Parigi era un grembo fertile di stimoli, opportunità ed incontri. Ed è proprio l’incontro con l’attrice Sarah Bernhardt, che segnerà la svolta, ed il successo del nostro pittore. Alphonse Mucha realizzerà un poster pubblicitario per la commedia Gismonda, interpretata proprio dall’attrice. Dove la finezza del disegno convinse la divina Sarah a stipulare con Mucha un contratto della durata di sei anni. Durante i quali egli disegnò manifesti, scenografie teatrali, costumi e gioielli, lavorando occasionalmente anche come consulente artistico. Gismonda fu prontamente seguita da altri sei manifesti teatrali, da considerarsi parte di un ciclo compiuto. La Dame aux Camèlias (1896), Lorenzaccio (1896), La Samaritaine (1897), Mèdèe (1898), Hamlet (1899) e Tosca (1899).

Il rapporto lavorativo, che poi diventerà una vera e propria amicizia, tra Mucha e la Bernhardt fu reciprocamente vantaggioso.

Da una parte Sarah, grazie ai poster di Mucha, poté finalmente assurgere allo status di superstar, ben prima che questo termine venisse coniato dall’industria di Hollywood. Dall’altra, Mucha, oltre a intrecciare con la Bernhardt un’amicizia che li legò per tutta la vita, poté accumulare prestigio sociale e crescere professionalmente.

La grande fama ormai acquistata gli procurò nel 1896 anche un contratto con il litografo Ferdinand Champenois. Grazie al quale conseguì una certa solidità economica che gli consentì di trasferirsi in un’elegante dimora di rue du Val-de-Grâce. La lungimirante strategia di promozione concertata da Champenois, tra l’altro, non tardò a procurare a Mucha nuovi e prestigiosi incarichi. A servirsi dei manifesti pubblicitari di Mucha furono la Nestlè, Moët&Chandon, JOB, la Ruinart, la Perfecta e la Waverley.

Nel 1898, inoltre, Mucha aderì alla massoneria.

associazione che contava tra i suoi membri anche l’ex protettore Eduard Khuen-Belassi. Mucha si rivelò assai sensibile all’influsso massonico, che si percepisce in molte sue opere, e soprattutto nel Pater, un volume illustrato pubblicato a Parigi il 20 dicembre 1899. Frutto di un bisogno di elevazione e di slancio spirituale, il Pater raffigura le sette fasi della preghiera, intesa come transizione dal buio dell’ignoranza ad uno stato ideale di spiritualità. L’opera fu altamente lodata sia dal creatore, che la considerò una delle sue più grandi conquiste, sia dalla critica.

Nella primavera del 1899 Mucha ricevette una commissione complessa dal governo austro-ungarico, che lo incaricò della decorazione del padiglione della Bosnia ed Erzegovina per l’imminente Exposition Universelle.

In quest’occasione Mucha dovette placare il proprio spirito patriottico e realizzare degli affreschi che gli valsero la medaglia d’argento all’Esposizione Universale, dove fu presente inoltre con disegni, opere di grafica ornamentale, bozzetti e monili studiati per Georges Fouquet. Fouquet era un rinomato orefice francese che affidò all’artista la decorazione interna ed esterna del proprio negozio di gioielli di rue Royale, a Parigi. Ne risultò uno stravagante scrigno che, per il suo stile fresco, innovativo, quasi teatrale, è considerato una delle espressioni più significative dell’arredamento Art Nouveau.

La sua figura, la sua carriera, la sua grafia e pittura decorativa e delicata, è indissolubilmente legata ai suoi poster, simbolo della presenza dell’arte nelle strade.

Venendo affissi nelle bacheche cittadine, i poster con i loro slogan e colori erano in veicolo per combattere il grigiore dei suburbi industriali. E anche Mucha aderì a questo filone artistico, disegnando manifesti pubblicitari per birre, biciclette, saponette, cioccolata, cartine per sigarette, polvere da bucato. La sua produzione però si differenzia per un inedito formato verticale. È riempita da un sistema di motivi floreali e ornamentali composto da boccioli, viticci, simboli e arabeschi, al cui centro si staglia una figura femminile avvenente, ammaliatrice, quasi leggiadra.

Le sue donne sono divine ed effimere.

Dalla presenza scenica, le carni avvolgenti e tornite, ma così sacre. Delle sante dai poteri soprannaturali, discendenti della Dea Flora. Capaci di catturare lo sguardo dell’osservatore che, catturato dalla bellezza, è destinato a cadere ai loro piedi, per amarle con passione, devozione e idolatria. L’intera composizione, ruota attorno alla figura femminile effigiata, che indossa un’elegante veste ricca di pieghe e presenta una capigliatura assai folta. Mucha giocava molto spesso sulle chiome delle giovani dee, che venivano raffigurate con i capelli liberi, scompigliati dal vento, oppure stilizzati sino a divenire fregi arabescati. Talvolta, per dare ulteriore risalto alle proprie figure muliebri, Mucha le adornava con degli sfarzosi gioielli.

La preziosità dell’insieme, infine, è sottolineata dalla policromia degli ornamenti delle fanciulle e dallo sfondo carico di calore e di toni dorati, che suggeriscono un’atmosfera lussuosa e decadente. In perfetta sintonia con i canoni dell’Art Nouveau e con lo spirito fin de siècle.

Il suo mondo iconografico, fatto di dame e ninfe, diventa talmente riconoscibile che nascerà un vero e proprio Style Mucha.

Uno stile stilistico e grafico che coinvolgeva la pittura si, ma anche la grafica, la pubblicità, la moda. Prima dei grandi stilisti e delle case di moda parigine, lui ha buttato le basi di un estetismo estremamente raffinato e riconoscibile. Tanto da farlo diventare l’esponente della Nuova Arte. Dell’arte libera, del Liberty.

La mostra Alphonse Mucha di Bologna narra e racconta con un percorso che si snoda in 6 sale tutti questi aspetti. Tutta la ricerca artistica dell’artista. I suoi ritratti femminili ci accompagnano amorevoli e accoglienti tra le opere teatrali, le stagioni, la botanica. Eroine di avventure, testimonial di profumi e saponi dalle fragranze magiche. Ogni ragazza, anche la più contemporanea, può immedesimarsi nelle sue ambientazioni, in queste bellissime donne.

Ognuna di noi merita un posto su un piedistallo floreale.