Le muse non sono tutte amanti. Ce n’è una che ispirò alcuni tra i più grandi artisti del secolo scorso, senza mai farci l’amore. È Baya Mahieddine, che diventò fonte di ispirazione grazie al suo talento. L’estrosa pittrice algerina è oggi celebrata da una mostra alla Grey Art Gallery di New York. Tuttavia la sua storia è ancora sconosciuta ai più. Ecco perché abbiamo deciso di raccontarvela.

Chi era Baya Mahieddine?

Classe 1931, Baya nacque a Bordj el-Kiffan, sobborgo balneare vicino ad Algeri. Rimasta orfana a 5 anni, visse assieme alla bisnonna. Impossibilitata ad andare a scuola, entrò come domestica al servizio della dama francese Marguerite Camina Benhoura. E fu proprio Marguerite la prima a notare il talento di Baya. Affascinata dall’originale stile della giovane, lady Benhoura le comprò tutto il materiale necessario a dipingere e la presentò ai più potenti mecenati di Francia e Algeria. Tra questi, decisivo fu André Breton, che incluse i dipinti di Baya all’Exsposizione Internazionale del Surrealismo di Parigi.

Così, a soli 16 anni, Baya Mahieddine espose accanto a Picasso e Matisse.

Che Picasso fosse grande appassionato di arte tribale lo sapevamo già. Così come sappiamo che collezionava oggetti arrivati dal Continente Nero e venduti agli europei come stravanganze d’artigianato locale. I quadri di Baya non rientravano di certo in questa risma. Baya non creava oggetti dal gusto tribale. Semplicemente, lasciava che la propria cultura entrasse senza freni nei suoi lavori. L’africanità qui è reale, spontanea.

Colpito dal suo talento, Picasso invitò Baya a lavorare con lui. Da quest’incontro nacque la serie Donne d’Algeria, dove l’impronta della pittrice è evidente. D’altra parte, è chiaro il tocco di Picasso nell’evoluzione della pittura della Mahieddine di quegli anni: lo si nota nel mutato uso dei colori e delle linee. Altro estimatore di Baya fu – e lo immaginavamo già – André Breton, che la presentava a tutti come la pupilla del Surrealismo.

Eppure Baya rifiutò qualsiasi tipo di etichetta.

Surrealista, cubista, tribale: no, no e no. «Perché dobbiamo definire e canonizzare l’arte non-occidentale usando termini e definizioni imposti ad essa dalla cultura occidentale?», con queste belle parole Baya fece capire ai critici con chi avevano a che fare. Se non era surrealista, né cubista è perché, Baya non era che sé stessa. Non dipingeva seguendo canoni preimposti, sulla tela metteva quel che aveva dentro, così come veniva fuori.

Neppure le lusinghe servirono a farle cambiare idea. Quando, alla fine degli anni ‘90, fu ammessa nella schiera dei talentuosi artisti algerini che i critici francesi cercarono di ascrivere alla cultura di Francia, Baya fece di nuovo sentire la propria voce. “Avrete rubato la Gioconda ma non vi permetterò di approviarvi dei miei quadri” avrà pensato – o, almeno, a me piace pensare che l’abbia pensato. Baya Mahieddine si dichiarò algerina fino alla fine. Neppure l’instabilità politica e sociale poterono convincerla a lasciare la sua patria. La stessa terra in cui, nel 1998, dopo mezzo secolo di capolavori, morì circondata dai suoi colori vivaci.