A Milano continuano i grandi eventi in occasione di ricorrenze significative.
Questo è il caso della mostra organizzata a Palazzo Reale a partire dal 23 marzo fino al 07 luglio: a cento anni dalla scomparsa si celebra Umberto Boccioni.

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Più di 280 opere, tra le quali recenti ritrovamenti tra gli archivi, sono riunite in questa occasione per ricostruire il percorso compiuto di uno dei più grandi artisti futuristi italiani. La provenienza di tele, disegni e statue è disparata: Castello Sforzesco, Museo del Novecento, Palazzo Reale e collezioni private. La riuscita collaborazione tra i diversi enti è sicuramente alla base della completezza dell’allestimento: ad ogni sala è attribuito un tema che viene indagato nel dettaglio, con rispettivi rimandi ad altri artisti importanti, libri ed opere, essi stessi esposti al pubblico accanto alle opere di Boccioni, risultato finale di influenze ed elaborazioni continue. Grazie a questi collegamenti con altri materiali, -tra i quali opere proveniente dalla Pinacoteca di Brera, Le Gallerie d’ Italia di Milano, la Peggy Guggenheim Collection di Venezia, il Metropolitan Museum of Art di New York e la Galleria di arte moderna di Roma– periodi storici e personalità, si è inoltre resa un’interessante visione storica allargata a tutto ciò che è esposto: l’eclettica raccolta prende un senso, niente è lasciato al caso, anzi, tutto viene approfondito e collegato ad altro.

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Il procedere nelle sale è anche un procedere nel tempo e man mano ci si avvicina alla fine del percorso espositivo si è sempre più catapultati in atmosfere totalmente differenti da quelle proposte all’inizio. Se infatti entrando nella prima sala ci si potrebbe chiedere cosa Boccioni abbia a che fare con il futurismo, stando alle opere del suo primo periodo, ci si rende successivamente conto di come egli possa essere futurismo stesso. Le sale si riempiono di colori sgargianti che rimbalzano uno sull’altro e si trasformano in altri colori, in forme prima assenti e poi ricadono nell’indefinito. Un classico è trovarsi difronte ad un opera ed osservarla andando alla ricerca di linee, contorni o volumi che possano rimandarci almeno in parte l’immagine dell’oggetto o della persona espressa nel titolo della stessa.

Beh, io non credo funzioni proprio così.

Se Boccioni dà il nome di un oggetto ad un opera è assurdo andare alla ricerca dell’oggetto in questione all’interno della rappresentazione, perché ciò che ha voluto rappresentare, ciò che ha studiato, è il movimento, il rapporto dell’oggetto in movimento con lo spazio che lo circonda.

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Come si può rappresentare il movimento? Come lo si può definire attraverso linee e colori? Come si può restituirne la sensazione o ricreane un istante specifico?
Non so come si possa fare tutto questo, ma Boccioni l’ha fatto e sta tutto davanti ai nostri occhi e nei brividi sulla nostra pelle.