Se dico Edo Pop? No, non è uno strambo gadget né un dolcetto malsano. Parliamo di suggestioni, nipposuggestioni.

La faccio più facile: avete mai fatto il gioco del cosa ti viene in mente? Se dico Giappone, cosa vi viene in mente? A me, più che la mente, si attiva la pancia. Dici Giappone e mi viene l’acquolina in bocca pensando alla prossima scorpacciata di sushi. Dici Giappone e penso alle geishe, così aggraziate ed eleganti che vien voglia di imitarle. Magari essendo un tintin più gentile col povero maschio che mi sopporta o, meglio e decisamente più facile, indossando un kimono e della cipria chiara. Dici Giappone e tiro fuori la t-shirt di Hello Kitty che, anche se le zampe di gallina iniziano a invadermi la faccia, riesce sempre a farmi sentire una frizzante teenager. E potrei continuare ancora e ancora ma all’arte, a quella non ci penserei. Men che meno avrei associato il Giappone alla Pop Art, la più grande americanata della storia.

cyber girl

E invece mi sbagliavo.

Sono stata all’inaugurazione della mostra Japan Pop – Edo Pop e nipposuggestioni e ho imparato che non solo al giorno d’oggi la scena artistica nipponica è più fervente e creativa di quanto non lo sia mai stato l’Occidente dell’ultimo cinquantennio ma anche che, udite udite, la pop art è nata lì! Ebbene sì, non è stato il caro Warhol il fautore della più mainstream tra le correnti artistiche ma un certo Tokugawa. Tokugawa non è che s’interessasse proprio d’arte, ma fu colui grazie al quale, nel 1600, il Giappone raggiunse pace e stabilità dal punto di vista economico e politico. E fu proprio in questo idilliaco periodo, che oggi ricordiamo col nome di Kan’ei, che l’arte divenne qualcosa non più riservato a pochi eletti ma destinato a tutti, fruibile a chiunque. Divenne popolare, pop insomma. E smise di trattare sempre e solo di temi sacri e colti. Scese nelle strade e iniziò a rappresentare la vita comune, i passatempi, le mode, le sciocchezze che ci riempiono le giornate.

205 - Hiroyuki Takahashi, Otomodachi (Girls), 2015, Digital Work

Il resto è storia. Le lattine Campbell, le foto di Marilyn, i fumetti… Chi non li conosce? Chi probabilmente non conoscete sono invece le quattro punte di diamante dell’arte nata recentemente all’ombra del Sol Levante. Tomoko Nagao, Hiroyuki Takahashi, Hikari Shimoda e Hitomi Maehashi. Questi i nomi dei più quotati tra gli artisti giapponesi d’oggigiorno. Loro quelli che hanno riportato alla ribalta la superflat art. Cos’è l’arte superflat? Dai, non posso mica dirvi tutto io.

Posso però dirvi che Tomoko Nagao fa rivivere in chiave pop capolavori dell’arte classica, da Botticelli a Caravaggio, tutti riletti secondo l’estetica kawaii. Posso dirvi che Hiroyuki Takahashi è un femminista convinto e rappresenta cazzutissime eroine dallo stile manga. E, ancora, posso dirvi di come Hikari Shimoda trasformi gli occhi dei bambini in specchi in cui si riflettono le problematiche sociali contemporanee. Infine, vi dico dell’innovativa tecnica di pittura digitale utilizzata da Hitomi Maehashi per combinare realtà e finzione, trasformando donne comuni in personaggi anime.

hikari shimoda

Quanto ancora ci sia dietro l’affascinante e giocosa arte orientale lo lascio scoprire a voi. Per farlo, vi basta recarvi, fino al 30 marzo, alla galleria Deodato Arte in via Carlo Pisacane 36 a Milano. Così che dopo quest’esperienza con l’Edo Pop, il sushi non sarà l’unica cosa che vi verrà in mente pensando al Giappone.