Nuova email in arrivo. Oggetto: Goshka Macuga: To the Son of Man Who Ate the Scroll.

Tradotto: Nome intraducibile, al figlio dell’uomo che mangiò la pergamena. La mia prima reazione? “Bene, sono finita nella mailing list di chissà quale oscura setta”. Non è così. L’email era stata inviata dalla Fondazione Prada e altro non era che l’invito all’ultima mostra di Goshka Macuga, giovane artista polacca.

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Alla Fondazione Prada non ci ero mai stata, di proposito. Così come sono stata a Parigi senza visitare il Pompidou, ho voluto aspettare, volevo essere pronta. Ho seguito un corso di arte contemporanea con lo scopo di arrivare lì senza la solita espressione ebete e spaesata di chi non ha idea di cosa stia guardando. All’esame ho preso 30, ma non è servito a nulla.

Goshka Macuga non è solo artista ma anche curatrice, collezionista, ricercatrice ed ideatrice di mostre. Nell’arte ci vive immersa. Insomma, è una che ne capisce! Nel suo ultimo lavoro sovrappone diverse forme espressive: scultura, fotografia, installazione, architettura e design confluiscono in un unico e armonioso insieme. Il fine è quello di esplorare il modo in cui classifichiamo e tramandiamo la conoscenza, in questi tempi così saturi d’informazioni.

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To the Son of Man Who Ate the Scroll esplora questioni fondamentali come il tempo, l’origine, il collasso e la rinascita. L’uomo è da sempre ossessionato dall’idea della fine, della propria vita, della civiltà, del mondo così come lo conosciamo. E Goshka, con la sua opera, si chiede quanto sia importante affrontare il tema della fine nella pratica artistica.

C’è qualcosa di rassicurante e allo stesso tempo spaventoso nel robot dalle sembianze umane che recita i discorsi dei più grandi pensatori e nei robottini che annotano senza sosta formule e citazioni su grandi rulli di carta. Sembra vogliano significare che la conoscenza, la cultura e tutto ciò che di grande l’uomo ha costruito non perirà, continuerà a esistere e a essere tramandato, ma non per merito nostro.

L’opera di Goshka Macuga dice tutto questo, ma non lo fa in modo chiaro. Proprio per niente.

Se sono in grado di darvi queste – spero utili! – informazioni è perché ho studiato. Non il manuale di arte contemporanea che quello, l’ho capito tardi, serve a ben poco. Ma la biografia dell’artista, i comunicati stampa, i dépliant della Fondazione. Altrimenti non avrei saputo spiegarvi nulla, perché nulla avrei capito.

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Quando girovago fra quei grandi spazi, ascoltando parlare quei fantocci così umani da sembrar veri; mentre mi perdevo in mezzo a quelle maestose sculture tondeggianti; nel momento in cui osservavo la testa in argilla di Einstein congiungersi a quella di Mary Shelley grazie a un filo dorato, la mia mente era vuota. Riuscivo a percepire la bellezza, a cogliere la profondità di ciò che vedevo, ma non a capirlo.

To the Son of the Man Who Ate the Scroll mi ha insegnato questo. L’arte contemporanea non va capita ma ammirata. Di tempo per studiare ce n’è sarà dopo.

Se anche voi volete lasciarvi affascinare dall’enigma dell’arte di Macuga, la troverete in mostra negli spazi della Fondazione Prada fino al 19 giugno 2016.