La Grande Onda di Hokusai a Bologna ci è arrivata da poco. Prima è stata tra le immagini più pop del nostro tempo. Stampata su poster, tazze, tazzine, paraventi e la Seiko, azienda Giapponesi, ne ha fatto un suo segno distintivo incidendola nel retro della cassa dei proprio orologi.

La Grande Onda per me non era altro che un’immagine estremamente sfruttata, vista e rivista, usata e strausata nel marketing museale e non solo. E non ho mai subito la sua potenza, fino a quando …

Una mattina, mentre studiavo a Bologna, sono entrata all’Istituto dei Ciechi Francesco Cavazza, a due passi da casa mia. La sua direttrice era una donna minuta dai lunghi capelli biondi e gli occhi grandi che citava Erwin Panofsky con fervore e passione. Mi introduce all’interno di un’enorme stanza piena di calchi in gesso dalle dimensioni importanti. Le confesso che tra tutte le opere, la più banale che vedevo era proprio la Grande Onda del maestro giapponese. Proprio perchè io quella potenza dell’acqua di cui tutti parlavano non la vedevo.

Quel giorno conosco anche Pietro, un ragazzo sulla quarantina, cieco dalla nascita. Durante la giornata, amava stare nel laboratorio di scultura. Parlo anche con lui di questo mio blocco, pregiudizio su Hokusai. Pietro prende una sedia, una benda e poi di dice prendendo le mie mani: “Adesso la potenza dell’acqua, la forza dell’onda, la paura delle persone sulla barca che si sta per ribaltare la proviamo a sentire insieme”.

Con gli occhi bendati, le mani guidate da un ragazzo cieco e dalla sua spiegazione io quell’onda l’ho sentita davvero. La Grande Onda non è una di quelle opere che devi o puoi vedere, la devi anche sentire, dentro e addosso.

Hokusai, terzo figlio di Kawamura Itiroyemon, nacque a Edo nel nono mese del decimo anno dell’era Horeki, nel quartiere Honjō Warigesui, con il nome di Tokitarō.

Non fu mai riconosciuto ai fini della successione ed è probabile che sua madre fosse una concubina. All’età di quattro anni venne adottato da una prestigiosa famiglia di artigiani, i Nakajima, fabbricanti di specchi.

Dodicenne Hokusai lavorò come fattorino in una biblioteca ambulante, mentre a quattordici iniziò il suo apprendistato presso un intagliatore di matrici tipografiche. Queste esperienze nel mondo del commercio librario e nell’ambito delle tecniche di stampa contribuirono alla sua formazione come incisore, facendo crescere nel giovane Hokusai la passione per il disegno. Nel 1778, all’età di 18 anni, decise così di abbandonare la professione di semplice intagliatore per specializzarsi nella produzione di stampe a soggetto teatrale e nell’illustrazione di romanzi popolari.

Nel 1793, iniziò a sviluppare uno stile più personale, maturato attraverso gli studi delle tecniche delle scuole giapponesi di pittura, prendendo ispirazione per i suoi lavori soprattutto dalla pittura europea, in particolare da quella olandese e francese. Allontanandosi dagli insegnamenti canonici della pittura giapponese cercherà libertà di espressione artistica come un vagabondo.

Riuscì a spostare l’interesse del pubblico verso nuovi soggetti come i paesaggi e le immagini di fiori e animali, oltre a quelli già consolidati dal mercato come le beltà femminili e i guerrieri.

Tale allontanamento dai principi classici dall’arte giapponese del tempo rappresentò un notevole passo avanti nella carriera dell’artista, nonché un’importante svolta nel mondo dell’arte ukiyo-e.

Hokusai a Bologna

Nella primavera del 1804 Hokusai portò a termine la prima di una serie di imprese che lo fecero conoscere al grande pubblico e che ne avrebbero determinato l’appartenenza alla categoria dei kijin. O “artisti eccentrici”, utilizzando una scopa di canne colma d’inchiostro. Hokusai continuò a fare uso sapiente del suo talento in occasione di un concorso durante il quale si misurò con un artista specializzato nello stile tradizionale cinese.

Nel 1807 iniziò a lavorare per le illustrazione di tre libri, tra i quali la traduzione del grande classico cinese I Briganti. Il successo di Hokusai come artista, tuttavia, coincise con una serie di gravi problemi economici che andarono a influenzare tutta la sua produzione da lì in avanti. La sua attenzione si spostò quindi sull’illustrazione di libri e sulla pubblicazione di manuali per principianti e professionisti.

Anche lontano da Edo Hokusai riuscì a farsi una certa nomea e, proprio a Nagoya, ripropose la performance del “grande Daruma”. Nel 1814 pubblicò il primo dei quindici volumi che compongono la serie Hokusai Manga , una vasta raccolta di soggetti di varia natura, dai paesaggi alle scene di vita quotidiana, passando per le rappresentazioni del soprannaturale.

Anche gli ultimi anni di Hokusai furono caratterizzati da una serie di imprevisti di varia natura, che spinsero l’artista a non accettare più commissioni che non gli avrebbero garantito un certo ritorno economico. Hokusai passò quindi l’ultima parte della sua vita girovagando da una città all’altra, essendo in grado di ritornare a Edo in pianta stabile e senza pericoli solo nel 1836.

Il suo studio andò distrutto in un incendio e la maggior parte dei suoi lavori perduti.

Verso i settant’anni fu colpito da apoplessia dalla quale si riprese grazie a una ricetta di una medicina cinese trovata in un vecchio libro.

Hokusai a Bologna

Nonostante le varie difficoltà fu proprio negli ultimi anni di vita che “il vecchio pazzo per la pittura”, soprannome che accompagnò Hokusai a fine carriera, produsse quelle che sono probabilmente le sue opere più importanti. Tra cui La grande onda di Kanagava che è l’opera più importante e conosciuta.

Sempre alla ricerca della perfezione, Hokusai fu un attento studente per tutta la sua lunga vita. Lo dimostra la sua carriera lunga più di sessant’anni. In cui esplorò diverse forme d’arte. Cimentandosi nella produzione di stampe a soggetto teatrale, fogli augurali a circolazione privata, libri, illustrazioni di romanzi popolari e manuali didattici. Nel periodo di apprendistato si specializzò nella creazione di immagini di grande beltà e coinvolgimento, lottatori e attori. Producendo inoltre alcune stampe prospettiche, le forme strette dei volti, i corpi aggraziati e arcuati e le atmosfere austere tipiche dell’ideale estetico dello shibusa, messe in evidenza da pennellate larghe e decise.

Solo successivamente lo stile si fece più geometrico e le figure più arrotondate, con una maggiore contestualizzazione dei personaggi e la loro umanizzazione psicologica.

Nell’ultima parte di carriera Hokusai approfondì i suoi studi sulle rappresentazioni paesaggistiche. I quali lo portarono tra gli anni dieci e trenta dell’Ottocento alla produzione delle grandi serie policrome. Protagonista indiscusso di queste ultime è senz’altro è il Monte Fuji intrinseco significato simbolico e religioso. L’ossessione di Hokusai per il Fuji in questo periodo è probabilmente dovuta alla sua maniacale ricerca dell’immortalità.

Nel frattempo, il suo stile aveva subito un’ulteriore rivoluzione soprattutto nella raffigurazione delle figure femminili che, da eteree e filiformi, diventarono visivamente generose e abbondanti.

La grande onda di Kanagawa è la più celebre opera di questo maestro dalla vita complicata. Una vita in affanno alla ricerca della vita eterna e della perfezione pittorica eterna. Ed è l’opera che meglio descrive la moderna contrapposizione tra forza della natura e fragilità dell’uomo.

Come vi ho già raccontato Bologna racchiude tra le sue vie, nascosti tra i portici, delle meraviglie storiche e architettoniche, spesso sedi museali. Oggi, il Museo Civico Archeologico mette in mostra le opere dei due più grandi Maestri del “Mondo Fluttuante”: Katsushika Hokusai e Utagawa Hiroshige.

La mostra HOKUSAI HIROSHIGE. Oltre l’onda. Capolavori dal Boston Museum of Fine Arts espone una selezione straordinaria di circa duecentocinquanta opere.

Hokusai seppe rappresentare con forza, impeto e sinteticità i luoghi e i volti, oltre che il carattere e le credenze della società del suo tempo. Egli è considerato uno dei più raffinati rappresentanti del filone pittorico dell’ukiyoe. Seppe interpretare in modo nuovo il mondo in cui viveva, con linee libere e veloci, un uso sapiente del colore. In particolare del blu di Prussia, ispirandosi alla pittura tradizionale autoctona sia alle tecniche dell’arte occidentale.

Le bellezze paesaggistiche e naturalistiche dell’arcipelago, piante e animali veri o leggendari, fino alla rappresentazione di personaggi famosi e luoghi della tradizione letteraria e poetica. Oltre al ritratto di seducenti cortigiane dei quartieri di piacere, di famosi attori di kabuki fino alle visioni di mostri e spettri raffigurati in maniera grottesca o comica. Tra le serie di maggior successo degli anni trenta vanno ricordate senz’altro quelle dedicate alle cascate e ai ponti famosi del Giappone. Anche se fu con le Trentasei vedute del monte Fuji che Hokusai si affermò sul mercato delle immagini di paesaggio come grande maestro.

La Grande onda è una raffigurazione della natura dalla forza violenta in rapporto all’uomo, ma anche sacra. Un’immagine di grande impatto universale.

Più giovane di circa vent’anni, Hiroshige divenne un nome celebre della pittura ukiyoe poco dopo l’uscita delle Trentasei vedute del monte Fuji del maestro. Grazie a una serie, nello stesso formato orizzontale, che illustrava la grande via che collegava Edo, l’antico nome di Tokyo, a Kyoto. L’artista lavorò ripetutamente su questo stesso soggetto, producendo decine di serie diverse fino agli anni cinquanta.

Hokusai a Bologna

La varietà degli elementi stagionali e atmosferici, nevi, piogge, nebbie, chiarori di luna, gli valse il titolo di “maestro della pioggia e della neve”. La sua dedizione instancabile al lavoro, l’asimmetria della composizione, in un equilibrio di pieni e vuoti che si controbilanciano nello spazio del foglio, sono espedienti per un gioco grafico, ottico. Quasi illusionistico, che sfrutta tutte le tecniche pre-fotografiche.