Alla base di uno dei ponti sul Naviglio Grande, di fronte al Libraccio e a pochi passi dalla mia vineria preferita, ci sono due omini. Un maschio e una femmina, Adamo ed Eva. La loro pelle è dorata e sono nudi, coperti solo da una foglia di fico e un paio di grossi occhiali da sole. Io e i due omini ne abbiamo passate tante insieme. Mi hanno tenuto compagnia mentre aspettavo l’amica in perenne ritardo. Li ho fotografati accanto a decine di turisti. Una volta, uscita dalla sovracitata vineria, ho persino dato loro un bacio.

I due omini li conosco bene, ma non sapevo nulla del loro creatore. Almeno fino alla settimana scorsa, quando sono stata invitata all’inaugurazione di una mostra. Fuori dalla porta, a dare il benvenuto agli ospiti, c’erano loro, i due omini dorati. Anch’essi presenti alla personale di LABADANzky che – adesso lo so – ne è l’artefice.

Chi è LABADANzky?

Uno di quegli artisti di cui non si conosce la faccia né il nome. Nato a Genova e ormai noto a livello internazionale. Famoso soprattutto per i suoi “giganti meccanici”: specie di transformer dalle fattezze umane e dalle dimensioni di un uomo vero. Costruiti con materiale di recupero e volti a denunciare il degrado, il consumismo e la schiavitù tecnologica della società contemporanea.

Opere che si svelano all’improvviso. Fulminee apparizioni tipiche della street art. Si palesano dal nulla. Una mattina ti svegli e tac, ti ritrovi un robot clochard che chiede l’elemosina in via Roma, a Torino. Tac, ed eccone un altro appoggiato a Porta Nuova, uno che fa da semaforo e un ultimo che presidia la rotonda.

Cosa fa LABADANzky?

Non solo transformer. Per la Milano Fall Design Week, LABADANzky ha impugnato la matita. Ciò che si trova nel LABADANzky – SOLO SHOW è diverso da ciò a cui lo street artist ci ha abituato. Alla mostra visitabile presso il NYX Hotel Milan fino al 30 novembre, i robot stanno dentro le cornici. Sono disegnati su materiali strani, difficili da distinguere, e appesi alle pareti. Accanto a loro, la versione in miniatura di quelli apparsi per le vie della città.

Non è la prima volta che la street art finisce in galleria. Di solito, però, il risultato non è granché – almeno per i miei gusti. Di solito, la ristrettezza della tela priva le opere di ciò che le rende affascinanti quando si espandono su muri abbandonati. Solitamente, affermo che è meglio che gli street artisti restino per strada. LABADANzky, invece, penso starebbe benissimo anche nel salotto di casa mia.