L’arte performativa non segue un copione, non è orchestrata attentamente ma è un arte quasi improvvisata e  due sono gli elementi che interagiscono direttamente con il corpo: spazio e tempo. Ma chi è Marina Abramovic? Non inizierò il solito simposio su dove e quando questa artista sia nata e a quale arte si ispira. Chi erano i suoi genitori, cosa ha studiato e dove ha vissuto la maggior parte della sua vita. Sappiate solo che ha origini serbe, e nei suoi 45 anni di carriera artistica ha cambiato la concezione di arte, performance e installazione. Ha rivoluzionato il suo tempo e ha modificato le regole dell’arte creando o evolvendo il concetto della ‘donna artista’.

Opere o performance, come preferite chiamarle, che hanno sempre suscitato forti emozioni: dall’autolesionismo alla scoperta dei limiti della mente. Degli spettacoli quasi estremi che l’hanno classificata come l’artista contemporanea più famosa del nostro secolo. La sua vera bellezza è lo spettacolo a cui lo spettatore può assistere, l’importanza del pubblico come vero e proprio protagonista delle sue opere.

Un volto, mille sfaccettature

Tante sono le performance di Marina Abramovic all’inizio della sua carriera negli anni’70, quando iniziò utilizzando il proprio corpo come mezzo per esprimere la sua visione artistica.

Una delle più note è l’insieme di opere intitolate Rhythm, celebre per l’esperimento condotto dall’artista su se stessa mettendo a dura prova il proprio autocontrollo e la soglia del dolore. Posando su un tavolo differenti oggetti pericolosi e non, chiede al pubblico di usare sul suo corpo quegli stessi oggetti. Se inizialmente le persone erano restie e confuse, piano piano, prendendo confidenza iniziarono una sorta di tortura. Priva di volontà, svelò la debolezza e fragilità della natura carnefice dell’uomo.

Marina Abramovic

Rhytm, Rhytm 0, Marina Abramovic . L’artista è segnata e ferita dal suo stesso pubblico

La cosa più difficile da fare, è fare qualcosa che sia così vicino al nulla

Continuando a metà degli anni 70, Art Must Be Beautiful/Artist Must Be Beautiful e The Freeing Series sono le prime opere con cui l’artista si fa conoscere per la sua capacità di inebriare e andare oltre gli schemi. 

Marina conosce Ulay, quello che sarà compagno e collega, realizzando insieme grandi performance, che come sempre lasceranno a bocca aperta gli spettatori. Fino alla muraglia cinese dove, dopo aver percorso 2500 km, i due si incontrarono per dirsi addio e finire cosi la loro performance, così come la loro storia d’amore. Gli anni novanta sono registrati come gli anni delle opere dedicate al dramma della guerra in Bosnia, con cui vince il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia. Poi performance dedicate alla famiglia, parallelamente a studi sulla trasmissione di energia al corpo attraverso le pietre Transitory Objects (1995-2015).

Marina Abramovic

The Lovers, performance in cui Marina percorre la muraglia cinese incontrandosi con Ulay

Un amore diventato virale

The Artist is Present presentato al MoMA di New York nel 2010, é una performance attraverso la quale l’artista ha sfidato per 3 mesi ogni visitatore a sedersi davanti a lei e sostenere il suo sguardo. 1675 sono state le persone che si sono accomodatele davanti, ponendo al centro il valore di una comunicazione energetica e spirituale tra artista e pubblico. Tra questi, Ulay: ricorderete sicuramente il video del loro incontro proprio durante quella performance, diventato virale su qualsiasi social media

Ma vi racconto un altro fatto. La stessa performance ha raccontato un’altra storia d’amore. Un uomo che il primo giorno è rimasto seduto davanti all’artista per 7 ore, facendo cosi per gli altri 20 incontri successivi. Tatuandosi di volta in volta il numero dei giorni che è rimasto li seduto, immobile a guardare l’artista, facendo anche sua quella performance. Senza dire una parola, senza un ‘ciao, come stai?’, senza chiedere il nome si conobbero in tutti i particolari senza conoscersi mai veramente e  così come si erano incontrati si sono lasciati. Non è anche questa una forma di amore? Amore per l’arte?

Marina Abramovic

MoMa, NEW YORK – MARZO 09:  Marina Abramovic, The Artist is Present

La ricerca della libertà

Se invece preferite leggere piuttisto che guardare documentari o video, Marina Abramovic, insieme a James Kaplan, scrive nel 2016 la sua autobiografia Attraversare i muri. Un autobiografia. Ricca di ricordi e di fatti della sua vita, dalla nascita fino alle ultime performance. Un senso di insoddisfazione e poca autostima hanno caratterizzato gli anni delle giovane Marina. Anni malinconici che sono finiti una volta accresciuta la sua consapevolezza e la sua creatività nel voler creare il binomio mente-corpo.

Libertà è la parola d’ordine per le opere di Marina. Associata da lei stessa all’arte poiché essa, per essere tale, deve essere libera da catene e vincoli. Libera di esprimersi con qualsiasi  elemento o oggetto, canalizzando l’energia che trae dalla natura attraverso il corpo. Per questo lo studio e la curiosità della Abramovic si focalizzano di più sul processo e non sul fine di una performance.

Where is Marina?

Ritorniamo a quello che accade oggi. La Abramovic ha da poco terminato la sua ultima esibizione The Cleaner a Firenze, a Palazzo Strozzi, lo scorso 20 Gennaio, ed ha come sempre riscosso tanto stupore e successo. Una mostra da record, definita cosi dal direttore. Una mostra in cui c’era ogni cosa sulla Abramovic, dagli esordi alle ultime performance, ma lei non c’era. La sua assenza che si è fatta sentire più di qualsiasi altra presenza tra gli spettatori,così attesa tra il pubblico. La si vide  solo per presentarla e preannunciare quella che sarà la sua prossima mostra.

Intanto The Life, alle Serpentine Galleries di Londra, luogo dove aveva già presentato anni fa un’altra sua performance 512 Hours, in cui faceva da  protagonista l’energia viva tra artista e pubblico.  Performance, che strizza l’occhio agli storici 4’e33” di silenzio di John Cage e altri ancora. Per 512 ore, negli orari di apertura della galleria londinese, l’artista in una stanza vuota non farà niente, approfondendo così il consolidato rapporto tra arte e nulla.

Marina Abramovic

The Life, Serpentine Galleries, Londra, 2019

Ora Marina Abramović è in Mixed Reality. Dal 19 al 24 febbraio è stato possibile vederla in una performance virtuale che la ritraeva in 4D e lo spettatore poteva godere, per 19 minuti, della presenza intima dell’artista, indossando solo un paio di occhiali speciali. 

Il fatto che il progetto possa essere ripetuto ovunque nel mondo mentre io non ci sono è strabiliante: posso essere presente in qualsiasi punto del pianeta

Ovviamente la Abramovic non poteva non riservare altre sorprese, una realtà digitale dove può essere in tutti e in nessun posto. Ma c’è un obiettivo più serio: indagare il concetto di assenza materiale, ovvero quella linea sottile che separa il virtuale dalla live performance.

Il futuro è londinese

Londra, Royal Academy of Arts sarà il luogo dove si potrà osservare un’altra strabiliante performance dell’artista, che si spingerà oltre i suoi stessi limiti. A 70 anni la Abramovic vuole ancora mettersi in gioco in opere estreme: l’elettricità e il vetro faranno da protagonisti. Da una parte la realizzazione di una vecchia macchina per stampare fotografie basata sull’elettricità che lei userà per caricare il suo corpo e spegnere una candela a un metro da lei. Dall’altro, una fontana di vetro che riproporrà l’immagine dell’artista tale e quale, dai cui organi uscirà il suo stesso sangue.

Marina Abramovic

Uno spettacolo fuori dal comune e che abbatte tutti gli schemi dell’arte contemporanea, ribaltando le regole che gli artisti di un tempo hanno cercato di tramandare intatte. Ma da vera performer elabora tutti quegli schemi facendoli suoi raccontando una storia che va oltre i limiti dell’essenza umana. Come lei stessa raccontava nella sua autobiografia, non sarebbe la sua arte se non ci fosse un po di pericolo.