Oggi, sono una 30enne che divora storie come fossero macaron. Ieri, ero una bambina che faceva lo stesso, ma ai romanzi preferiva i fumetti. Così, quando ho voglia di tornare a sentirmi piccola, torno a loro, alle graphic novel. Che non sono più come quelle che mi regalavano ai compleanni i miei compagni d’elementare, eppure conservano lo stesso fascino. Leggero ma mai superficiale. Divertente ma che fa riflettere. Per voi, ne ho scelte quattro. Quattro tra le più belle graphic novel. In ognuna di loro c’è qualche cosa che mi commuove, emoziona e mi riporta ad un momento particolare della mia disordinata vita. La prima è ambientata nella città che è diventata la mia città di studi. La città che accoglie il mio vagabondare tra musei, fondazioni ed eventi.

Tramezzino, pubblicato in formato gigante da Canicola Edizioni. Una storia d’amore ambientata a Milano, scritta e rappresentata da Bacilieri.

Ma anche un’esplorazione disegnata dell’architettura milanese moderna. Sullo sfondo di una Milano protagonista, attraverso le magnifiche architetture di BBPR, Giò Ponti, Luigi Caccia Dominioni, Vico Magistretti e altri, nasce una storia d’amore. Quella passionale tra un figlio della borghesia meneghina e una ragazza bellissima, figlia di intellettuali greci e studentessa di design. Bacilieri si esprime con libertà, giocando con toni da commedia e dando alle tavole un respiro grafico che incanta gli appassionati di spazi urbani e architettura. Ma che è in primis un’indagine fatta di segni, righe, tratti. Un libro di grande formato ma anche di grande ambizione e insieme passione estetica.

le più belle graphic novel

Daddo e Skilla si conoscono al Politecnico di Milano e la loro storia è ͞un amoroso combattimento onirico. Tra desiderio e paura di vero coinvolgimento. Una storia d’amore straordinaria e intensa, un intermezzo amoroso senza particolari drammi. Ma soprattutto un tributo e una dichiarazione di sincera passione dell’autore per Milano, le sue strade, le sue architetture, i suoi abitanti. E la sua anima, che ha definito come una complicata, meschina, eroica, fredda, vigliacca, tenera e meravigliosa.

Ad una festa di laurea in localaccio, quando ancora ero una studentessa di Belle Arti a Bologna, conobbi un ragazzo. Insieme cantammo una canzone di Gianni Morandi. E solo dopo venni a sapere che il suo nome era Francesco Cattani.

Era il 2010 quando Canicola Edizioni decideva di puntare proprio su di lui, pubblicando Barcazza. Versione rivista ed estesa di uno strano racconto breve auto prodotto un paio d’anni prima. In quella storia Cattani non offriva una trama classica, ma invitava il lettore a seguire le vicissitudini di un gruppo di persone in vacanza. Il risultato era affascinante e straniante. La narrazione non portava da nessuna parte in particolare, eppure le tavole, che registravano le azioni e le parole da lontano, restituivano al lettore un effetto voyeuristico basato sulle sensazioni e sul non detto. La lettura prendeva una sorta di piega morbosa e si finiva per perdersi con prepotenza nell’intimità dei personaggi. Quella storia, così diversa e inaspettata, valse a Cattani uno dei premi più interessanti del fumetto italiano: il Nuove Strade per il miglior autore emergente al Napoli Comicon del 2010.

Dopo di che, per leggere un suo nuovo fumetto abbiamo dovuto aspettare ben sette anni. Quando è arrivato Luna del Mattino, atteso ritorno di quello che è stato definito uno dei più promettenti fumettisti italiani degli anni 2000. Questo è un libro che segue le avventure di un gruppo di personaggi. La storia è ben strutturata, facendoci entrare direttamente dentro alla narrazione. Dove, già dalla prima scena, che introduce il piccolo Tommi e il suo fratellastro, siamo subito messi davanti forza del racconto che è una rocambolesca fuga dalla finestra di casa per sfuggire all’affittuario.

Una storia come tante, fatta di relazioni tra persone, di occasioni colte e mancate, di scelte e conseguenze.

Cattani realizza il fumetto con uno stile di disegno molto più freddo e rigoroso rispetto al segno elegante con cui si era fatto conoscere. Lo storytelling, semplice e diretto, si snoda su pagine la cui struttura varia sino ad arrivare a nove vignette. Il ritmo del racconto è spezzato da frequenti cambi di scena e da passaggi surreali. Come la sequenza degli spermatozoi, una notevole citazione dalla scena cult del film Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere) di Woody Allen. Cattani cerca di raccontare e interpretare la realtà quotidiana nella sua veridicità. Il ritorno di Francesco Cattani è un’allegoria della vita: imprevedibile e indomabile anche quando noi stessi pensiamo di poterla controllare. Cattani coglie frammenti di vita tragica e comica, occasioni perse, sentimenti trascurati, vita Woodyaleniana.

E poi c’è Cristina Portolano che mi travolse nell’inverno dell’anno scorso. Ma, soprattutto, mi ri-travolge ora che vado archiviare una “situazione” sentimentale durata troppo tempo con un uomo conosciuto proprio su una App di incontri.

Rizzoli Lizard pubblica, nell’inverno scorso, il nuovo fumetto dell’autrice napoletana Cristina Portolano. Il diario personale di una giovane donna, tra avventure, sex app e la scoperta di se. Nato su una piattaforma web come una sorta di diario intimo, Non so chi sei è il fumetto che ha scandalizzato Facebook e Amazon. Il libro di Cristina Portolano ha subito una mini-censura per una copertina considerata troppo audace. Azione che sottolinea quanto anche i moderni social non siano liberi da tabù e da false idee pregiudiziali.

Quella che viene rappresentata con un tratto fresco e delicato è una cronaca intima delle esperienze affettive e sessuali che una qualsiasi trentenne di oggi può sperimentare, grazie all’utilizzo delle cosiddette sex app. Tinder è la app che la protagonista sceglie, per fuggire alla realtà del dolore della sua storia d’amore finita. Rifugiandosi in avventure sessuali precarie e senza scrupoli, cercate nel mondo virtuale. La serie di incontri vissuti dalla protagonista rivela differenti tipologie di uomini: quello che ha una compagna e cerca nuove esperienze, quello rude, quello che non vuole legami.

ll progetto di Cristina Portolano si avvicina a un piccolo e interessante esperimento sociologico. Con serietà e un pizzico di umorismo racconta fatti reali e autobiografici contaminati da episodi di fiction. Affronta il tema della sessualità e del piacere dal punto di vista femminile e libera dalla confusione che regna attorno all’utilizzo delle sex app. Le movenze dei corpi nudi disegnati non rimandano a nulla di volgare. Cristina descrive la dinamica di un’intimità, diversa e sconosciuta. Il colore rosa/rosso predomina tra le pagine. Il colore necessario per comunicare la nudità, ovvio, e l’essere spogli davanti agli altri e soprattutto con se stessi. Un fumetto che ha il pregio di evitare falsi moralismi e descrivere un punto di vista che molto spesso non viene nemmeno sfiorato. Cioè come si comporta una donna quando vuole una vita sessuale attiva e non ha un partner fisso.

Andrea dello Stato Sociale e Alberto Genovese non poteva mancare. Pensato da bolognesi e ambientata a Bologna, per me casa e porto sicuro.

È il 26 settembre del 2018 quando la radio dice: “Stop del governo ai fondi per le periferie: a Bologna saltano dieci progetti”. La data dell’annuncio è vera, com’è vera la notizia, cronaca recente. Solo Andrea, il protagonista del primo fumetto de Lo Stato Sociale, disegnato da Luca Genovese, è inventato. Il personaggio è stato creato da Alberto Guidetti, in arte Bebo, che suona drum machine, synth e sequencer. Ma nel gruppo ogni progetto è firmato collettivamente e quindi anche la graphic novel Andrea porta il nome della band.

Chi è Andrea? Andrea è un trentenne. Gestisce un bar al di là delle mura che cingono i fianchi della bella Bologna, lontano dall’università, dai portici, dal luccichio dei negozi. Lontano da tutto, tranne che da una certa idea di progresso. Il Comune vuole cancellare il suo locale, perché lì deve passare una nuova strada. Lo stile del disegno è differente da quello per cui Luca Genovese è famoso. Le linee non chiuse, la carta porosa e quella che si narra è una storia di periferia. Ci si dimentica spesso che, oltre la narrazione di cliché come Bologna-Università, basta allargare un po’ lo sguardo per vedere davvero il vuoto della vita. E capire come, in questo Paese, troppo spesso ci si scorda delle persone che vivono in periferia.