Continuerò a scattare foto, cercando di trattenere ciò che fugge? Il compito che mi sono dato, fotografando senza sosta nel tentativo di trattenere qualsiasi cosa, è probabilmente una sorta di compensazione della vita e dei momenti effimeri. È destinato al fallimento, ma è anche ciò che più amo fare.

Masahisa Fukase, “ Ravens 2”, Novembre 1976

Masahisa Fukase – Private Scenes

La Fondazione Sozzani presenta Masahisa Fukase: Private Scenes, la prima mostra retrospettiva italiana dedicata ad un instancabile sperimentatore. Un uomo complesso, il cuore in costante tumulto e un animo inquieto che attraverso le sue immagini penetra anche il nostro con veemenza. Perché in fondo le sue ossessioni sono le stesse che attanagliano chi sosta dinanzi una sua opera. Per circa vent’anni il lavoro del fotografo giapponese Masahisa Fukase è rimasto inaccessibile in seguito a una tragica caduta che lo ha portato lentamente alla morte. Ed è proprio in seguito alla sua scomparsa che gli archivi sono stati nuovamente aperti rivelando un ricco materiale inedito cui possiamo attingere sino al 31 marzo.

Questo uomo tormentato divenne celebre per i suoi Ravens. Nella mitologia giapponese, i corvi sono creature dirompenti, presagio di tempi bui e turbolenti. Ma qui si fanno simbolo di un amore perduto che porta con sé un dolore insopportabile. Parliamo della separazione dalla moglie Yoko, sua musa per oltre tredici anni nonché protagonista della serie Yoko: from window. Fukase ha manifestato una vera devozione per questa donna fotografandola in pose, espressioni ed outfit sempre diversi dall’alto della sua finestra. Dovessimo arginare le sue opere diremmo che tre sono gli elementi che le contraddistinguono: ossessione, performance e ripetizione seriale. Le immagini di Fukase sono sgranate, scure e impressioniste, spesso ingrandisce i suoi negativi o li sovraespone, fotografa stormi da lontano e singoli uccelli che appaiono come sagome nere contro i cieli grigi e invernali. Sono catturati in volo, offuscati e inquietanti, e a riposo, appollaiati su cavi telegrafici, alberi, recinzioni e camini. Fukase li fotografa vivi e morti, e mappa le loro ombre sotto la luce del sole e le loro tracce nella neve. Da brividi.

Masahisa_Fukase_mostra

La fotocamera rivolta verso sé stesso

Protagonisti delle sue serie fotografiche sono i parenti e le persone care, non solo la musa e moglie Yoko bensì anche il padre, la famiglia, il gatto Sasuke. Ma col tempo l’obiettivo fotografico si rivolge sempre più verso sé stesso realizzando dei proto-selfie. È sorprendente come un artista così tormentato sia poi riuscito verso la fine della sua carriera a trasformare le sue paure in attività quasi ludiche. Come dimostrano le grandi Polaroid a colori e i 119 autoritratti che riempiono una intera parete della galleria. Parliamo di Bukubuku (1991), una serie completa di autoritratti dell’artista nella sua vasca da bagno. Un mix di isolamento, gioco e disinibizione mostrati da Fukase che si fotografa mentre si da all’ozio nella vasca da bagno. Le immagini sono state scattate con una macchina fotografica waterproof nel corso di un mese.

La mostra si apre con una parete che ci dà la possibilità di tirare un lungo respiro che pian piano si trasforma in apnea non appena il percorso si chiude con questa serie claustrofobica. E continueremo a trattenere il respiro anche una volta usciti dalla galleria Sozzani.