La capitale italiana del cinema è Roma. È a Cinecittà che ci sono gli studi più grandi, i set più famosi, è lì che hanno girato La dolce vita. Quella del cinema è l’unica industria di cui Milano non è riuscita a conquistare il primato. Non che non ci abbia provato. Nel 1915 l’imprenditore Luca Comerio ci provò, costruendo, nell’attuale zona di Turro, un a dir poco imponente teatro di posa. Il tetto lo mise sù utilizzando quello dismesso dalla stazione di Roma Termini. Roma che, alla fine, si riprese le tegole e anche il ruolo di leader della cinematografia tricolore.

Eppure, la storia tra Milano e il cinema è ricca e appassionante.

Perché i milanesi possono anche lasciarsi fregare la medaglia d’oro, ma più giù del secondo posto non sono disposti ad andarci. Testimone ne è la mostra dal titolo, appunto, Milano e il cinema. Fino al 10 febbraio a Palazzo Morando. Che si conferma sede di mostre in grado non solo di esporre ma anche e, soprattutto, di insegnare – merce rara nel palinsesto degli ultimi tempi.

 

Milano e il cinema è una mostra non da ammirare ma da studiare. Il racconto della storia del cinema made in Milano, dalle origini ai giorni nostri. Ci sono le belle foto d’archivio, ma l’attenzione si sofferma più sulle schede informative. Pagine che raccontano tutto quel che c’è da sapere. L’arcinoto e le chicce nascoste. Ad esempio, sapevate che Carosello aveva sede a Milano? Che è a Milano che è stato ideato Calimero?

Si inizia dalla fine dell’800, per arrivare, film dopo film, ai giorni nostri.

Si comincia con il dopoguerra, con la Milano storica. Quella del Duomo, dell’Arena Civica e dei giardini di Palestro. La parte di Milano rimasta intatta ai bombardamenti. Sede di drammi esistenziali, storie tragiche e banali in cui inizia già a nascere la “passione” per il lavoro. Perché poi arrivano gli anni ’50 e il boom economico. E la Milano storica resta solo nelle commedie romantiche, quelle dai tratti magici come Miracolo a Milano. Altrove, a farla da padrone sono i cantieri. Gli scavi e le imprese nascenti. Nascono il cavaliere e il commendatore.

A loro, qualche anno dopo, si affiancheranno Rocco e i suoi fratelli, Totò e Peppino. I terroni che cercano lavoro al nord. Emigranti che appartengono alla stessa Nazione eppure sono così diversi dai compatrioti lombardi. Anni di scontro che, alla fine, si conclude sempre con un’integrazione. Non facile, ma inevitabile. Ed è qui che subentra la risata. La tragedia borghese lascia il posto all’ilarità sfrenata. A uno scanzonato Dario Fo, a un Ugo Tognazzi tanto buffo quanto arrabbiato. Poi ci sono gli anni del Derby. Di Boldi e Abatantuono. Della comicità dei Vanzina, degli stereotipi e dei cliché.

E ancora e ancora e ancora. C’è così tanto che scriverne non si può. Andate a vederla. Vi prometto che vale la pena.