Julieta è quasi pronta, deve finire di fare le valigie, scegliere quali libri portare e finalmente sarà in Portogallo con l’uomo che ama. Quello che l’uomo non sa, però, è che Julieta ha una figlia, Antìa, che non vede da 13 anni e, a causa dell’incontro fortuito con una vecchia amica, decide di restare a Madrid e scriverle una lunga lettera. Questo espediente narrativo ci permette di vedere sotto forma di flashback tutta la vita di Julieta, nell’attesa di scoprire quale sia stato il motivo della separazione con la figlia.

Una scena del film Julieta

Una scena del film Julieta

La pellicola si ispira ai racconti di Alice Munro, nei quali Almodovar ritrova tutte le sue tematiche più care: l’amore, il dolore, il rapporto familiare, la forza delle donne contrapposta alla quasi assenza degli uomini, i quali non sono tanto importanti se non in senso passivo. Sono personaggi che assumono importanza in relazione alle donne e allo stato d’animo che suscitano in loro.

Il film si apre con lo schermo rosso acceso, con l’inquadratura di quello che, quando la cinepresa si allontana lentamente, scopriamo essere il vestito rosso di Julieta. Questo colore, protagonista di tutta la cinematografia di Almodovar, non manca di essere presente prepotentemente anche in questo film; è difficile, infatti, trovare delle inquadrature in cui non ci sia qualcosa di rosso, che sia un vestito di Julieta o di qualche altro personaggio, la macchina rosso fuoco della protagonista, la tappezzeria o una delle torte che Julieta compra per il compleanno della figlia scomparsa.

Adriana Ugarte (Julieta) e Priscilla Delgado (Antìa) in una scena del film

Adriana Ugarte (Julieta) e Priscilla Delgado (Antìa) in una scena del film

La trama è abbastanza classica ma, curata nei dettagli, riesce a farci appassionare ai personaggi e alle vicende della loro vita che, pur apparendo banali, riescono a colpire nel segno grazie a una sceneggiatura solida e alla bravura delle attrici.

La regia è essenziale e pulita, con movimenti di macchina lenti e sinuosi, ma sempre con lo stile riconoscibile di un regista che è ormai al suo ventesimo film e dimostra di avere ancora qualcosa da raccontare. Un piccolo ma importante stratagemma tecnico si trova a metà film, quando, dopo un periodo di depressione e un lungo bagno, la faccia della donna si trasforma e togliendosi l’asciugamano dalla testa passiamo dal volto giovane e bellissimo di Adriana Ugarte a quello più maturo e scavato della 51enne Emma Suarez.

Emma Suarez (Julieta)

Emma Suarez (Julieta)

Un tema importante è il senso di colpa. Senso di colpa però ingiustificato, quello che ci fa pensare di essere responsabili di qualcosa che invece sfugge al nostro controllo e ci fa ricordare di quanto siamo piccoli e irrilevanti davanti alla natura e al corso degli eventi. Tanto che uno dei protagonisti, anche se sempre nascosto dietro a delle immense vetrate, è il mare. Mare che sembra bellissimo inizialmente ma che si rivela terribile e incontrollabile quando è in tempesta, chiara metafora della vita dei protagonisti.

Da sottolineare la bellissima fotografia che, con i suoi colori saturi e nitidi, accompagna in maniera molto efficace la storia di Julieta; e la colonna sonora di Alberto Iglesias, coinvolgente e piacevole anche se a volte calca un po’ troppo la mano cercando di creare delle atmosfere da thriller, atmosfere che si avvertono anche solo grazie ai dialoghi e alla sceneggiatura che, pur non essendo impeccabile, riesce a portare avanti gli eventi in maniera magistrale, lavorando più per sottrazione che per aggiunta, contribuendo così a creare uno dei film più maturi di Almodovar, senza le tante provocazioni e i momenti di forte contrasto dei suoi film precedenti.

Un’opera solida ed essenziale che analizza in maniera malinconica ma puntuale i classici topoi del cinema del regista spagnolo.