Cambiamenti, innovazioni, ispirazioni e un inseguimento perpetuo allo spirito dei tempi moderni: il fugace consumismo che ha fatto della moda l’etichetta ben nascosta di una buona, si fa per dire, operazione di marketing. Nell’epoca di una giovanissima Greta Thunberg, eretta avenger contro il cambiamento climatico, la moda muove i suoi passi verso una professata economia circolare. Collezioni e capi etici a favore della sostenibilità ambientale, ormai, sono quasi ovunque ma quelli veri, decisamente per pochi, urlano al fashion paradox.

Care mie modaiole non sentitevi in colpa, io stessa sono colpevole quanto voi: capisco la tentazione che nasce nel vedere in una vetrina scintillante un vestito nuovo, comprendo il richiamo di quella borsa che grida “so iconic” e ricordo anche io la solita, più grande, scusa evergreen che tutte ci diciamo in silenzio: “Dopo tutto me lo merito, lo shopping è stato scientificamente provato RIDUCE LO STRESS!”. Ammettiamolo, quante volte abbiamo comprato un capo senza pensarci troppo? Gruccia a gruccia, l’armadio si riempie e stagione dopo stagione siamo costrette a eliminare tutti quegli abiti che consideriamo ormai fuori moda (anche con cartellino annesso).

fashion paradoc_ plastic fashion ethical

Consumismo, moda low cost o fast fashion… sarò dura, con voi e con me stessa, facciamo mea culpa ed apriamo occhi e orecchie: perché sì, la moda etica c’è, l’attenzione all’ambiente anche ma se c’è una cosa che tutti quegli articoli sulla salvaguardia dei mari mi hanno insegnato è che l’oceano in superficie può essere luminoso e scintillante quanto i raggi del sole ma è solo nella profondità che si nasconde una verità abilmente celata.

FASHION PARADOX

Cosa è moda? Per natura è cambiamento, inseguimento verso un qualcosa di nuovo ed estremamente fugace; un gioco di aperture e di chiusure, di entrate trionfali e uscite di scena nel teatro reale dello spreco materiale di oggetti che non assolvono più la loro funzione immateriale e semantica. Fast fashion o luxury brand tutti contribuiscono alla costruzione di questa realtà postmoderna fatta di absolescenza programmata dall’alternarsi delle collezioni di stagioni, da capsule collection speciali e da nuovi arrivi dal prezzo (ed aspetto) ammiccante; d’altronde se i brand di lusso organizzano intere stagioni su fugaci trend, i marchi a buon mercato uniscono economicità e tendenze in un continuo rifornimento variabile di settimana in settimana.

La questione si complica se si tiene in considerazione il sistema di produzione dei materiali, le risorse utilizzate, dalla coltivazione delle fibre naturali alla produzione di quelle sintetiche, i costi di trasporto e la conseguente delocalizzazione della manifattura tessile di un singolo capo di abbigliamento.

Molti oggi sono i brand che professano politiche sostenibili in favore di un legame eco-friendly tra consumi e il buon costume. Ma il verde è davvero il nuovo nero? Questa sensibilità tanto proclamata dai marchi low-cost e luxury è una convinzione concreta o solo una “moda passeggera” che sfrutta abilmente una società definita “mobile obsessed” e, quindi, implicitamente influenzata?

ALCUNI DATI

Mie care fashioniste vi ho messo qualche dubbio (forse), ma vediamo qualche numero: l’impatto che la moda ha sull’ambiente, talvolta, è disastroso: si pensi che è responsabile da sola del 20% dello spreco globale di acqua (il cotone, per esempio, ne utilizza quasi 3000 litri) e del 10% delle immissioni di anidride carbonica.

L’ambiente ne sta risentendo, la stampa finalmente ne parla e, qualche volta, le persone riconoscono il pericolo imminente richiamando alla mente scandali di capi mandati all’inceneritore (Burberry, H&M e Nike) e di filiere luxury avvolte da un inquietante mistero.

Ma non possiamo fare di tutta l’erba un fascio perché nonostante grandi se e ma ci sono effettivamente alcuni marchi che sono impegnati attivamente nella ricerca di tessuti sostenibili, nella loro lavorazione e sperimentazione dei materiali. Fibre ricavate dalla cellulosa, dalle proteine del latte o, addirittura, dalla buccia di arancia come nel caso di Orange Fiber (noto per la collaborazione con Ferragamo e per una speciale capsule collection per H&M Cosciousness), pellicce e pelli bandite e cashmere rigenerato a favore di una maison 100% eco come quella della vegetariana Stella McCartney.

fashion paradox_date

EPPURE IL LUXURY…

Si, mie care lettrici, dopo tutto a me il dubbio comunque è rimasto. Belle parole e fatti su carta eppure il rischio che si approfitti di questa nuova consapevolezza verso il tema ambientale rimane. A volte suona come una doccia fredda o, meglio, come quello che gli inglesi chiamano greenwashing: ripulendosi vestendo e coprendosi di green.Il luxury si sa vuole l’unicità, un’esperienza straordinaria che va al di là dell’etica.

Quale potrebbero essere una soluzione? Forse creare una reale economia circolar, un business model degno di talk and action. Un’esprienza degna di nota potrebbe essere quella di Miroglio Textile, società Miroglio promotrice dell’evento “Rethink Fashion Sustainability”, nota per aver investito nella ricerca di nuove tecnologie permettendo un risparmio del 50% di acqua e inchiostro.

Insomma se si parla di moda nell’era sostenibile si deve pensare per forza a una corsa detox… no, non a quella tra una sfilata e l’altra, non a quella da un capo all’altro del mondo per una Cruise Dior e una crociera Chanel o… Ops, dopotutto, in questi casi, si dice che the show must go on!