Da sempre Vivienne Westwood ha usato il suo talento per la moda in modo forte ed innovativo per esprimere le sue opinioni politiche. Non stupisce quindi che anche la Vivienne Westwood FW 2019- 2020 abbia messo in scena le sue idee e lo faccia nella chiesa sconsacrata di St. John Smith.

Non aspettatevi però una di quelle sfilate in cui per comunicare determinati messaggi gli stilisti ricorrono al semplice lettering, perché la Westwood fa di più. Avete mai partecipato ad una vera e propria protesta? Perché è quella l’aria che si respira. Un organo suona dal vivo e la passerella comincia a riempirsi di idee, non solo di abiti. I modelli portano con sè messaggi con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica. A far da cornice all’intero set c’è uno sfondo bianco, una grande bocca rossa e lo slogan “homo luquax” che incita a lottare in nome di una democrazia capace di rendere il mondo un posto migliore. 

Tra opuscoli, poster e corone colorate, di tanto in tanto si odono messaggi su politica ed azioni da intraprendere contro il climate change con slogan come “Cosa vogliamo? Giustizia per il clima. Quando la vogliamo? Ora“.

La passerella prende vita tra varie etnie che portando con sè un susseguirsi di statement. La linea è unisex e mixa materiali e tinte per dare la possibilità ad ogni genere di poter giocare con il proprio stile.

Tra le proposte spicca il Princess coat nelle varianti tartan e camouflage alternato a tinte di rosso brillante. Uno dei tessuti utilizzati dalla Westwood per i cappotti di lana è il Melton, tradizionalmente utilizzato nelle uniformi dell’esercito. La stilista infatti realizza un mazzo di carte da gioco per poter raccontare il suo piano per salvare il mondo, stampato in modo strategico  su delle t-shirt per raccontare a sette milioni di persone delle catastrofi in arrivo. Non mancano abiti, camicie, ampi pantaloni, giacche oversize e jeans nello stile iconico Westwood. E per gli accessori? Calze colorate con diversi disegni, stivali in vercice, sandali e bags con la scritta «I love crap».

A sostenere la bandiera dell’ambientalismo insieme alla stilista c’è anche Rose McGowan, sostenitrice del movimento #MeToo, Camilla Rutherford e John Sauven, direttore esecutivo di Greenpeace UK. Alla fine dello show, il presidente di Greenpeace ha dichiarato «Vivienne non è il joker, non è pazza. Il cambiamento climatico è in atto e con questo paradigma economico basato sul petrolio non sopravvivremo. Dobbiamo agire per rimescolare le carte e cambiare il gioco».

Più che una sfilata diventa così una performance tra arte e cultura, celebrazione dirompente del Dna della Westwood. In modo unico e creativo, tanto da emozionare aggiunge al messaggio sociale del climate change quello politico: “Brexit is a crime”, la Brexit è un crimine. Il consiglio della stilista è quello di privilegiare la cultura. Leggere, diventare intellettuali, attivisti tanto da essere capaci di rendere l’universo un luogo armonioso.

La moda non è superficialità ma può diventare manifesto e veicolo della salvaguardia del mondo.

È questo o non è questo il potere dei mezzi? Parlare, persuadere e condividere le proprie idee. Qualcuno aveva considerato la moda superficiale, non aveva ancora incontrato stiliste come Vivienne Westwood.

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