14 CORPI – 14 ATTORI, 7 MASCHI E 7 FEMMINE – NUDI E PRIMITIVI SUL PALCO, PROPRIO COME BESTIE.

Bestie di scena, il nuovo provocatorio spettacolo della regista e drammaturga siciliana Emma Dante, pensato per lo spazio scenico del Piccolo Teatro Strehler di Milano.

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In bestie di scena non c’è niente, non un ruolo, non una storia, non la parola, non la scena, non il suono che non sia quello umano, dei passi, delle corse, di ogni movimento, di qualche lamento o grido. Uno spettacolo che si è generato da solo e le Bestie non fanno altro che immaginare. S’illudono di vivere, tenendo tra le mani oggetti in prestito, nutrendosi di poltiglie, farfugliando brandelli di storie. Rinunciando a tutto.

The beginning

L’inizio di Bestie di scena è la creazione. Dovrebbe seguire l’Eden, ma non c’è perché ai “creati” di Emma Dante tocca fare subito i conti con la cacciata. La nudità è piegata, non esibita, forse vissuta agli inizi come peccato, colpa e quindi punizione e vergogna; proviene dal dipinto di Masaccio in cui Adamo ed Eva vengono cacciati dal paradiso. Lui piange e si copre il volto con le mani, lei con le mani cerca di nascondere seno e sesso, urlando di disperazione.

Uno spettacolo in cui tutto è azzardato, come se l’umanità ricominciasse a formarsi dal principio del mondo.

Corpi affannati, in perenne movimento. Sudati e accaldati sin da subito, per meglio esprimere la condizione di fatica dell’umanità.

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Il sipario, in modo anti convenzionale infatti, non si alza e gli attori sono già lì sul palco a eseguire il loro training fisico preparatorio davanti al pubblico che prende posto. Un allenamento che però di solito avviene dietro le quinte.

Ci guardano, vestiti, consapevoli di cosa accadrà. Pian piano le luci si spengono e lo spettacolo – che già è cominciato – comincia. Gli attori gradualmente iniziano a spogliarsi, deponendo gli abiti ai piedi del palco, arrivando alla completa nudità esprimendo il disagio dello sguardo, la vulnerabilità dell’uomo nel processo di scoperta del mondo e di se stesso; ma anche la vulnerabilità dell’attore, che si mette a nudo sera dopo sera su una scena piena di insidie.

“Nessuno di noi è nel corpo che l’altro ci vede, ma nell’anima che parla chi sa da dove nessuno può saperlo: apparenza tra apparenza… Un corpo è la morte: tenebra e pietra. Guai a chi si vede nel suo corpo e nel suo nome” Luigi Pirandello, I giganti della montagna 

L’estrema nudità fa parlare, provoca ma finisce per passare man mano in secondo piano rispetto allo sguardo perché non può essere considerata pornografia e ogni legame con l’eros e il richiamo sessuale vengono distrutti dalla sua integralità. Poi è vero che lo sguardo è istinto ma siccome è anche cultura, e siccome siamo a teatro e teatro ci si comporta bene, anche lo sguardo deve comportarsi bene. Così proviamo a controllarlo e teniamo a bada anche la postura, il respiro e la mimica facciale; perché lo spettatore, se pur separato, può potenzialmente sentirsi imbarazzato, osservato ma soprattutto scoperto.

E tu chi ci tallii?

Quei corpi hanno (e sono) uno sguardo. Ci fissano individuandoci, minacciandoci – “E tu chi ci tallii?” – e ci scavalcano.

Anche in Bestie di scena, Emma Dante non dimentica le sue origini utilizzando il dialetto e richiamando nel finale una festa patronale di paese.

“E tu chi ci tallii?” è infatti un’espressione recuperata dal parlato comune di Palermo e significa “e tu che guardi?

Come dice Emma Dante, “Bestie di scena”  è quello che siamo noi nella nostra intimità.

bestie di scena

Il percorso di un individuo alla ricerca di sé passa attraverso la perdita di tutto, della parola, del costume dietro al quale nascondersi, fino a raggiungere uno stadio in cui sia il corpo a pensare.

Lo spettacolo – consigliato a un pubblico maggiore di 16 anni – è in scena fino al 19 marzo.