«Quella roba da vecchi?», questa è stata la risposta più gentile – nonché l’unica pubblicabile – che ho ricevuto dai miei amici dopo aver chiesto loro se guardassero Sanremo.

Devo ammettere che la cosa mi ha lasciato a dir poco stupita. Ero sicurissima che Sanremo fosse qualcosa visto da tutti. Ma la mia percezione era sbagliata. Sanremo ai miei coetanei non piace. E se io pensavo fosse quasi scontato seguirlo, è per via di una nonna dittatoriale che mi ha costretto a guardarlo con lei per 20 anni interi.

Tuttavia, nonostante abbia scoperto che guardare Sanremo non è affatto cool, ho continuato a farlo. Anche quest’anno. Anche senza mia nonna. E, a costo di distruggere l’immagine da intellettuale che cerco con tutte le forze di mantenere, devo ammettere che a me Sanremo piace.

Il Festival della Canzone Italiana, l’ho sempre considerato un rito nazionalpopolare a cui non ci si può sottrarre. Un po’ come i mondiali. Può anche farti schifo il calcio ma finirai comunque a guardare almeno una partita, e ti divertirai anche. Perché sì, a me guardare Sanremo diverte.

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E, a quanto pare, in questo 2017 non sono l’unica a pensarla così. I dati parlano chiari: il 50% di share vuol dire che io e mia nonna non siamo le uniche a stare incollate allo schermo ad ascoltare Carlo Conti.

Dando un’occhiata a Twitter, poi, la cosa risulta ancora più evidente. Sanremo quest’anno è di moda. Tutti ne parlano, bene o male non importa.

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Forse è per via di Maria De Filippi, aka Queen Mary. La regina del trash, madre di alcuni tra i programmi più discutibili del palinsesto nazionale ma che, inutile negarlo, riesce a rigirarci tutti come burattini. Quella donna ha il potere di attrarre al televisore tanto l’italiano medio quanto il radical snob. Il quale finge di guardarla in modo critico ma, alla fin fine, anche lui, come una massaia qualunque, si commuove all’apertura della busta.

Sì, forse è merito suo se ieri ho guardato una puntata intera, pubblicità comprese. Merito suo e del suo parlare a chiunque con la stessa spocchia fintamente empatica con cui si rivolge ai tronisti. Del suo carisma da pesce lesso che, non si sa come né perché, riesce a far sembrare una valletta chiunque le si affianchi.

Anche Carlo Conti, accanto alla Queen, pare messo lì per far da spalla. Il che lo rende ancora più simpatico ai miei occhi. Conti è una specie di figura mitologica, la reincarnazione anacronistica di un presentatore del passato che – al diavolo l’evoluzione! – continua a far tv come si faceva 50 anni fa. Un eroe del servizio pubblico il cui unico fine è non farci sentire la mancanza di Pippo Baudo. Uno, insomma, che se non lo consideri bravo stai dando uno schiaffo a tutta una tradizione.

Dei cantanti in gara preferirei non parlare. Perché la metà non li conosco nemmeno e l’altra metà avrei voluto non conoscerli mai. Ma, andiamo, chi è che guarda Sanremo per la gara? Sanremo lo si guarda per gli ospiti. E quest’anno pare non ci sia da lamentarsi.

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La carrellata è iniziata con Tiziano Ferro. Le canzoni di Tizianone hanno smesso di essere di mio gradimento quando la mia età ha smesso di aggirarsi attorno alla decina, eppure continuo a considerarlo uno dei miei cantanti preferiti. Perché Tiziano è uno di quei bravi ragazzi a cui proprio non puoi non volere bene. È il tipo di persona che vorresti vedere sposata col tuo migliore amico. Uno di quelli che ti vien voglia di abbracciare qualsiasi cosa dicano. Un divo che si comporta come fosse capitato lì, in cima alle classifiche, per una botta di fortuna. Un mostro del palcoscenico che ti parla come fossi un suo pari. Andiamo, come si può non restare lì a guardarlo esibirsi?

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Le vallette quest’anno non ci sono. Mi spiace maschietti, la gnocca non c’è e quando c’è è tutta una polemica – vedi alla voce Leotta. I boni, invece, vengono giù come pioggia autunnale. C’è stato Robbie Williams, quel pazzo che ci ha rovinate convincendoci che quelli fuori di testa avremmo potuto sposarli. E poi Keanu Revees, affascinante come un dio anche con le scarpe da fungiaro. Ma, soprattutto, c’è stato Ricky Martin.

E, care amiche che non guardate la tv, non avrete mica il coraggio di fingere che non rinuncereste all’apericena o a qualsiasi altra cosa più fun di Sanremo avevate in programma per ammirare Ricky Martin sculettare? Non sareste credibili, affatto. Siamo tutte pazze di lui.

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Ricky Martin, a quelle della mia generazione, ha fatto capire il funzionamento dell’apparato sessuale meglio dei vhs d Esploriamo il corpo umano. Ricky, con i suoi passettini, ci ha aperto il mondo dell’attrazione. È stato lui negli anni ‘90 a rendere chiaro a tutte che i maschi non erano solo sciocchi antipatici con la brutta abitudine di tirare le trecce. È stato grazie a Ricky se abbiamo capito che potevano anche essere armoniose figure capaci di farci sfarfallare lo stomaco. E, sempre lui, è stato colui che ci ha poi buttato in faccia la dura verità per cui se uno è troppo troppo bello, sicuramente sarà anche troppo troppo gay.

E poi a Sanremo ci sono i vestiti, i gioielli, le scarpe e le acconciature. Il Festival offre l’occasione di stilare pagelle sui look, di distribuire bucce di banane alle malvestite. In altre parole, ci dà l’opportunità di fare l’unica cosa che a noi donzelle piace tanto quanto lo shopping: giudicare l’abbigliamento altrui.

C’è il dopo festival, che dimostra che Sanremo non si prende mica sul serio. Che è possibile guardarlo anche solo per farsi qualche risata alle sue spalle. E c’è anche Crozza, con il quale è chiaro che – a dispetto dei pregiudizi – il palco dell’Ariston non è terra di Martufelli e Giletti ma accoglie anche personaggi Mentana approved.

Tirando le somme, Sanremo non è un programma per vecchi. E, al diavolo la patina intellettualoide, io continuerò a guardarlo.