Ormai da un paio d’anni, al rientro dalle ferie, sono solita raccontarvi delle mie disavventure da viaggiatrice imbranata. Quest’anno, però, è diverso. Quel che sto per scrivere, più che un diario di viaggio, è un manifesto di rivalsa. Ciò che sto per fare è una metaforica linguaccia – per essere educati – a tutti coloro che hanno sempre bistrattato le mie abilità da pilota in gonnella.

Vi spiego meglio.

Tra le mie più strette conoscenze è in voga la leggenda metropolitana secondo cui io sarei un’incapace al volante.

Diceria che, seppur conscia del fatto che guidare non sia la cosa che mi riesca meglio in assoluto, non riesco a comprendere. Da quando ho preso la patente non ho mai fatto un incidente, perso un punto né preso una multa. Tutti sono sempre rincasati sani e salvi dopo un giretto con la sottoscritta, eppure tutti continuano a fare il segno della croce prima di salire sulla mia macchina.

Immaginate dunque lo sconcerto dipinto sul volto dei miei amici quando, beffarda, ho annunciato l’intenzione di arrivare in Marocco a bordo della mia automobile. Nessuno ci credeva, ma ce l’ho fatta e sono qui per raccontarlo.

Per raccontarvi del mio Marrakech Express e di tutte le imprese che io e una candida Ford abbiamo affrontato vittoriose.

Sopportare il co-pilota

Fedele compagno di ogni avventura, il barbuto cui mi accompagno amorevolmente ha quest’estate assunto il ruolo di co-pilota. Senza di lui in Marocco non ci sarei andata o, anche se, mi sarei divertita la metà. Tuttavia la tentazione di abbandonarlo per strada a volte è stata forte. Perché, per quanto lo neghi persino a sé stesso, la leggenda del “Mafi non sa portare la macchina” ha toccato anche lui. Così che, ogni qualvolta guidare toccava a me, sono stata costretta a sorbirmi ininterrotte e non richieste attenzioni. Consigli su come tenere il volante, controlli sulla velocità, ragguardi sulle distanze e il modo di inserire le marce. Ditemi voi se il riuscire ad aver percorso 10.000 km in preda a tali angherie non sia segno di una concentrazione alla guida da veri campioni.

Attraversare un fiume

Vi sembrerà assurdo, ma in Marocco i ponti li costruiscono rivolti all’ingiù. Così che, quando piove e il fiume s’ingrossa, tutto il ponte finisce sotto l’acqua. Sorte toccata anche all’unico ponte dell’unica strada che poteva condurmi al villaggio desertico di Merzouga. Quella mattina l’acqua era alta e fangosa, per attraversarla sembrava ci fosse bisogno di una canoa, eppure io ci ho fatto passare la mia city car. Altra stellina sulla mia medeglia che, però, mi tocca condividere con i quattro esili ragazzini che si sono – non proprio generosamente – offerti di spingerci fino alla riva opposta.

Sopravvivere al traffico della medina

Tra le tante virtù del popolo marocchino non rientra l’ordine. Le città imperiali sono un caotico miscuglio di voci, odori, bancarelle e scimmie ambulanti. E anche le strade non sono da meno. Nonostante la sovrabbondante presenza di vigili, le regole non esistono. Il semaforo il rosso di Casablanca è una sfida più che un ostacolo, a Fes la precedenza se la guadagna chi ha il piede più veloce e parcheggiare a Marrakech è un po’ come giocare a Tetris. Ma io ce l’ho fatta, senza nemmeno un esaurimento nervoso all’attivo, e di questo ringrazio gli insegnamenti impartitimi dallo yoga.

Orientarsi in mezzo alle dune

Se c’è una cosa buona che ha fatto il colonialismo, è stata quella di portare il nostro alfabeto nei cartelli stradali dei paesi arabi. Missione che, però, non ha avuto buon fine nell’entroterra marocchino, popolato dai berberi e dalle loro strane lettere appuntite. A poco servono le mappe quando i nomi dei villaggi sono segnalati da geroglifici. Per questo motivo, le prime dune che ho visto sono state quelle affiancate a un isolato sentiero diretto verso il nulla. Come ho ritrovato la strada non saprei dirlo, ma in qualche modo, così come potete vedere, sono riuscita a tornare a Milano.